Cronache di Grappa, Racconti

TRINDADE

E’ tempo di vacanze, di spiaggie, di sole e di mare. E allora ecco un racconto che dedichiamo a tutti voi, parla di un viaggio, in un angolo remoto di paradiso, una spiaggia più precisamente. Il suo nome è Trindade, esiste davvero (perchè ci sono stato…) e il suo ricordo rimarrà per sempre indelebile.

E’ un storia che parla anche di grappa e di quel suo legame profondo con il caffè che qui in Brasile, viene coltivato, prodotto ed esportato in tutto il mondo. Leggetelo con calma, sotto l’ombrellone e magari, perchè no, con un caffè e una grappa a farvi compagnia.

“…Allaccio le cinture mentre l’areo fende le nuvole pronto all’atterraggio. Un vortice di pensieri si accumula nella mia testa, guardo fuori dal finestrino ma è tutto grigio. Vedo solo le gocce di pioggia che velocemente si dissolvono lasciando lunghe strisce sul vetro. Penso a quello che ho lasciato, alla mia fuga dettata dalla disperazione, a quei pochi spiccioli che ho nella tasca della giacca.

L’aereo atterra senza grandi scossoni.

Attendo il mio turno e poi mi alzo, inserendomi tra turisti eccitati e brasiliani che tornano a casa.

E io?

A quale categoria appartengo?

Rio de Janeiro mi accoglie così, con le sue nuvole cariche di pioggia e un’umidità che mi fa subito impazzire. E’ novembre, da dove sono partito la nebbia avvolgeva ogni cosa qui, invece, è l’umidità a dettare legge. Mi tolgo la giacca mentre il piccolo bus ci porta al terminal degli arrivi internazionali. E’ un aeroporto gigantesco, potresti perderti e non venire mai ritrovato; è un pensiero che mi affascina mentre allungo il passaporto al poliziotto che mi scruta svogliato.

Mi fa cenno di passare.

Ora, sono davvero in Brasile.

Varco i cancelli, esco sulla strada dove decine di taxi aspettano di fare affari e la mia mente vacilla. Resto per un attimo senza fiato, inerme, non so cosa diavolo fare. Perché sono fuggito in questo posto, questa è la realtà. Non ho pianificato niente, non ho cercato informazioni, sono partito e basta. Con il volto rigato dalle lacrime. Quelle che sento per un attimo affacciarsi ma che ricaccio indietro con un sospiro.

Prendo il trolley e faccio cenno a un tassista di voler salire sulla sua Fiat.

La pioggia nel frattempo scende fina e implacabile.

– Dove? – domanda lui.

– Copacabana – rispondo io.

Conosco bene il portoghese, lavoravo come traduttore: pile di libri e di racconti, parole che per una felice alchimia riproducevo dall’italiano in quella lingua dalla pronuncia cantilenante.

– Copacabana, dove? – ridomanda lui, scrutandomi dallo specchietto retrovisore.

Credo abbia capito che tipo di disperato sono.

– Dove vuole lei – rispondo in un sussurro.

L’altro borbotta qualcosa ma mette in moto e parte rapido immettendosi in un traffico mostruoso. Quello che vedo mi lascia senza fiato. Decine di strade s’intersecano tra loro seguendo ardite traiettorie. Sui cartelli, ogni tanto, leggo nomi di luoghi che conosco solo grazie alle guide turistiche: Corcovado, Ipanema, Leblon, Estadio Maracanà

E’ un tragitto lungo e tortuoso. Le favelas sono in ogni dove, anche se scruti il cielo. Ne ho sentite di storie sulle favelas. Abbastanza da sapere che lì ci sono fame e miseria, abbastanza da capire che sono zone pericolose, posti in cui è meglio non avventurarsi.

Arriviamo a destinazione. Lo capisco perché alla mia sinistra si estende una spiaggia bianca e lunghissima, lo capisco perché nonostante la pioggia, centinaia di persone camminano o giocano a calcio in riva al mare.

Sorrido.

Per la prima volta, dopo tanto tempo sorrido perché vedere la spensieratezza di quella gente, per un attimo, ha alleviato il dolore che ho in fondo al cuore. Pago il tassista poi entro nel primo hotel che trovo sulla mia sinistra. E’ una via di mezzo tra il moderno e il fatiscente e lo trovo perfetto. Prendo una camera e una volta dentro, mi butto sul letto. Sono quasi le sette della sera ma non ho fame. Sono solo stanco per il lungo viaggio. Nella testa continua il vorticoso gioco dei miei pensieri.

Mi addormento.

In un lungo sonno senza sogni.

Improvvisamente mi sveglio.

Sono in un bagno di sudore. Dalla finestra aperta giungono seppur sommessi i rumori del lungomare. Guardo la sveglia. Segna le quattro e mezzo del mattino, provo a fare due conti per capire quanto ho dormito ma niente, non ci riesco, sono ancora confuso, rintronato.

Mi affaccio alla finestra. La camera che ho preso sta al sesto piano e ho una bellissima vista sulla baia. Sei chilometri di spiaggia, tanto è lunga Copacabana. Il sole sta per sorgere mentre osservo i residui della vita notturna cittadina: ubriachi che mimano passi di samba, turisti che ridono passeggiando, prostitute che cercano l’ultimo affare prima del riposo.

Un puzzle di felicità e disperazione.

Prendo la valigia, la apro e sistemo nell’armadio quei pochi vestiti che ho deciso di portare. Poi, prendo l’unica cosa che per me ha un valore e di cui non potevo fare a meno. E’ una moka, era di mio padre. Si è salvata da fallimenti e pignoramenti; lei ce l’ha fatta, mio padre no.  L’immagine del suo corpo che penzola appeso al soffitto di casa è ancora viva in me.

Troppo viva.

C’è un fornelletto in un angolo della stanza, così dalla valigia tiro fuori anche un pacco di caffè e una bottiglietta di grappa. Il caffè per me è un rito, una delle poche cose a cui tengo. Così carico la moka, la metto sul fornello e attendo. E’ questione di attimi poi quell’inconfondibile profumo si sprigiona in tutta la stanza. E’ questa la magia: l’odore del caffè mentre fuori il sole sorge e illumina la spiaggia di Copacabana.

Sublime alchimia.

Lo verso dentro a un bicchiere e mi affaccio alla finestra. Provate a immaginarlo, lo spettacolo: i raggi del sole che trapassano le nuvole, la calma risacca di un mare cristallino, la spiaggia che si dipinge del color dell’oro.

E poi il caffè.

Sorseggiarlo con calma, il suo aroma, l’Arabica che ti avvolge in un caldo abbraccio. E’ di un tipo particolare, l’ho cercato per anni finché l’ho trovato in una piccola torrefazione vicina a dove abitavo.

E’ così buono che non riesco più a farne a meno.

Rio nel frattempo si sta risvegliando. Lo capisco dal traffico e dall’incessante brusio che ora ha acquistato decibel di forza. Ho il mio rito da concludere, prima di iniziare questa nuova vita. Sì, perché quella vecchia è finita ieri, appena sbarcato in Brasile.

Il bicchiere è ancora caldo, il caffè l’ho finito con un ultimo e lento sorso. E allora verso due dita di grappa, faccio ondeggiare il bicchiere e poi attendo che tutti i profumi, portati verso l’alto dall’alcool, penetrino nel mio cervello. Quando accade, sento le endorfine scatenarsi e un lungo implacabile piacere mi scuote da dentro.

Poi bevo, tutto d’un fiato.

E per la seconda volta, da quando sono arrivato a Rio, sorrido.

Dopo colazione, scendo in strada. Scelgo il lungomare e il suo percorso piastrellato in bianco e nero costellato di baretti, palme e cantieri per i mondiali di calcio. Il rumore: ecco una cosa di Rio che porterò sempre con me. E’ un rimbombo continuo che ti martella i timpani. E’ un bisbiglio feroce di traffico, samba e voci. Nell’umidità si mescolano i profumi di agua de coco, di ananas appena tagliati e di pesce fresco appena pescato.

Scelgo la spiaggia. Mi tolgo le scarpe, la sabbia è fine e tiepida. Cammino, avvicinandomi al mare e a quella moltitudine di esseri umani che già corrono avanti e indietro lungo la battigia. Ne incontro di ogni genere: vecchi e giovani, poveri e benestanti. Ogni diseguaglianza si disintegra su questa spiaggia, di fronte a questo mare. E’ il posto dove tutto si sistema, conta solo camminare, respirare a pieni polmoni, farsi scaldare da un sole generoso.

Via così, per tutti i giorni della loro vita.

Qui, su questa spiaggia, non ho visto nessun volto triste.

Qui, su questa spiaggia, per la terza volta da quando sono arrivato, ho sorriso.

Nei giorni successivi ho visitato tutto quello che potevo. Da finto turista sono andato al Cristo Redentore, al Sambodromo, alla spiaggia di Ipanema. Ho mangiato churrasco fino a star male, ho provato la picanha e la tapioca, ho bevuto un fiume di birra. Alla fine però c’era sempre lui: il caffè. Ho scovato infatti un piccolo negozio. Si trova a qualche centinaia di metri dal mio hotel, in una traversa che porta alla prima favela. Perché Rio è così: si fa bella lunga la costa, con i suoi alberghi che si stagliano contro il cielo e che si affacciano sulla baia ma appena dietro, all’ombra dell’opulenza, si trova la miseria.

Non occorre cercarla perché la trovi subito.

C’è questo negozietto, dicevo. Assomiglia a un alimentari di paese italiano degli anni cinquanta ma è ancor più misero. Il padrone si chiama Luiz, è sui cinquant’anni, la pancia prominente di chi si alimenta a farofa e birra e un sorriso sempre pronto. Le nostre conversazioni vertono solo sul caffè. Siamo due appassionati o forse meglio due infoiati di questa bruna e profumata miscela.

Oggi sono tornato da lui. Ho la mia moka nello zaino e il mio pacco di caffè, diciamo italiano. Non vedo l’ora di farglielo assaggiare e Luiz, quando mi vede, mi accoglie con un sorriso e mi fa segno di seguirlo nel retrobottega. Poi si siede, vuole vedere come un italiano si prepara un caffè. L’era di Internet da lui non è ancora arrivata e io sono l’unica fonte di conoscenza su un argomento che lo appassiona. Mi guarda assorto, non perde di vista ogni mio singolo movimento. Io prendo la moka e comincio a preparare tutto con calma, non voglio fargli perdere nemmeno un passaggio. E lo sento arrivare, da distante ma lo sento arrivare. E’ come un treno che sbuffa avvicinandosi alla stazione. E’ un sorriso che mi scuote da dentro e che per un attimo mi fa vacillare. Di sottecchi guardo Luiz che tutto concentrato sui miei movimenti non ha colto questo mio cambiamento d’umore.

Che per me però, è devastante.

– Quella cos’è? – mi domanda Luiz, indicando la bottiglia di grappa.

– La ciliegina sulla torta – rispondo.

Il caffè è pronto, le tazzine sono appoggiate sul tavolo di formica verde in attesa di accogliere la splendida miscela. Il ventilatore fatica a rendere la temperatura piacevole anche se fuori le nuvole sono tornate a coprire il sole. Nella semi oscurità sorseggiamo entrambi il caffè, in religioso silenzio. Mi aspettavo qualche commento ma Luiz tace per qualche attimo fino a quando mi indica la grappa. Allora gliene verso un dito e faccio altrettanto nella mia tazzina. Ci guardiamo per un attimo negli occhi, io e Luiz. Il suo volto concentrato, gli occhi marrone scuro come la sua pelle e le piccole rughe intorno alle labbra.

Fuori un cane abbaia mentre lievi note di samba vengono trasportate dal vento.

Poi, nello stesso momento e seguendo un tacito accordo, buttiamo giù la grappa in un unico sorso.

E’ un attimo.

Luiz ride.

Rido anch’io.

Non so se lo vedrò ancora.

E’ quello che pensa anche lui visto che mi regala tre pacchi di caffè. Non so quanto gli possono essere costati, provo a dargli del denaro ma lui si rifiuta. Qualcuno diceva che nella povertà si trova la grandezza; Luiz è la persona che incarna questo concetto. Sono tre pacchi di caffè di una piccola torrefazione di Minas Gerais.

Ci salutiamo fuori dal negozio, nel pieno frastuono di Rio de Janeiro.

– E’ stato un vero piacere conoscerti – mi dice attanagliandomi la mano in una stretta vigorosa.

Ho un groppo in gola.

Sento le lacrime riaffacciarsi ma le tengo a bada.

Con fatica, ma le tengo a bada.

– Hai saputo rendermi felice – gli rispondo.

Lui sorride.

Quest’uomo che mi stringe la mano mi conosce più di ogni altra persona che ho incontrato nella mia vita. Sono bastati tre giorni di lunghe discussioni sul caffè.

– Pioverà ancora – mi dice.

– Vero – rispondo monocorde.

– Dove andrai?

– Non lo so.

– Fuggi dalla pioggia – consiglia.

– Perché? – domando.

– Non fa bene alla tua anima.

Così ho noleggiato un’auto e mi sono messo in strada. La direzione è quella della Costa Verde, la direzione è quella che mi ha consigliato Luiz. Ci metto un attimo a capire che per guidare in Brasile si deve stare sempre all’erta. Le macchine, i camion ma anche le biciclette e i motorini te li puoi trovare davanti, a destra, a sinistra, in una samba continua sull’asfalto.

Mi sono rimasti pochi soldi in tasca. Giusto quelli per un pieno di benzina, un pacchetto di sigarette e un paio di giorni di cibo. La pioggia sbatte incessante sul parabrezza, la voce di Tom Jobin alla radio e i miei pensieri vagano alla volta della prima fermata della mia corsa.

Paratì.

Perché Paratì? Perché una volta ho visto un film che parlava di un barbiere. Era ambientato proprio in quel paesino, in quella baia che una volta era uno dei porti più importanti del Brasile; e porto nella mia testa fa rima con caffè.

E poi ho bisogno di un lavoro e se è vicino al mare, tanto meglio.

Non piove più.

Adesso è il sole ad accompagnare il mio viaggio.

Aveva ragione Luiz.

Non avevo dubbi.

Abbasso il finestrino.

Tiro fuori la mano che gioca con i vortici di aria calda che le si creano intorno. Le note brasiliane alla radio si alternano a famosi pezzi rock del passato.

Mi accendo una sigaretta e mi sento libero.

Libero, finalmente.

Dicono che se non hai percorso le BR 101 non hai visto il Brasile.

Chiunque l’abbia detto, aveva ragione. La BR 101 è una strada federale che percorre l’intero Paese da nord verso sud. E’ una strada che procede suadente, seguendo la costa. A tratti si viaggia quasi a picco sul mare.

Solo quando sei in macchina puoi capire la grandezza del Brasile. Le distanze si moltiplicano, una destinazione che sembra vicina in realtà si rivela cento volte più distante. In un posto così potresti perderti, in un posto così potrebbero cercarti per anni, millenni e non trovarti. E’ questo il posto che cercavo, per questo sono venuto.

Il paesaggio, le piantagioni rigogliose, le fazende che si alternano a piccole o grandi città, sono qualcosa che mi fa star bene. Guido tranquillo, entro i limiti di velocità. Non ho nessun piano, nessun programma. Guiderò fino a quando ci sarà benzina nel serbatoio.

Poi, sarà il destino a guidarmi.

Decine di isole si affacciano lungo la costa: Ilha de Itacurucà, Ilha de Jaguanum, e poi la Ilha Grande di fronte alla città di Angra Dos Reis dove mi fermo a mangiare. Non ho molti soldi quindi mi faccio bastare un ananas fresco e un caffè. Me lo servono svogliati ma nonostante questo in quella tazzina ritrovo l’armonia. Perché il profumo e il gusto di quel caffè sono speciali, perché bere un caffè in un colorato e rumoroso porticciolo del Brasile, quando non si hanno programmi, quando hai dimenticato la fretta e lo stress, sono il miglior toccasana che si può consigliare a un uomo che sta lottando contro la propria solitudine.

Ho lasciato la grappa in macchina e allora il caffè chiama la sigaretta.

Un altro rito al quale sono affezionato.

Riparto.

Si è accesa la spia rossa della riserva ma non me ne importa. Sono le tre del pomeriggio e il cielo si sta rabbuiando. Devo ripartire, le nuvole m’inseguono, la pioggia mi vuole fare suo ma io devo scappare. La pioggia mi fa male, aveva ragione Luiz.

Apro lo stradario, a pochi chilometri si trova Paratì, la mia meta. La mia prima destinazione in questo viaggio senza direzione. Non so se riuscirò ad arrivarci.

Ma decido di partire.

Di scappare dalle nuvole.

Viaggio lentamente.

Devo centellinare il gasolio. Sulle salite cerco di non esagerare, nelle discese metto in folle lasciandomi trasportare dalla pendenza. Paratì è troppo distante, non ci arriverò mai. Devo trovare un posto dove passare la notte.

Viaggio ancora qualche chilometro finché lo trovo: è la spiaggia di Trindade. Ci sono posade e piccoli bar lungo la spiaggia bianchissima. Il mare azzurro riflette sulla costa rigogliosa, verde come le propaggini della giungla che si allungano fino al mare.

Parcheggio e mi guardo intorno.

La prima cosa che vedo sono i massi. Enormi. Disposti casualmente trasformano il sentiero che porta alla spiaggia in un intricato labirinto. Ci puoi passare anche sopra, innalzandoti per guardare il mare. Sono neri e grigi, una composizione surreale, una natura morta che sembra un dipinto.

Qualche turista scatta foto con il telefonino.

Io di foto da scattare non ne ho nemmeno una. Anche se avessi il telefonino non lo farei. Non voglio perdere nemmeno un attimo di questo posto, voglio imprimermelo nella memoria. E poi non avrei nessuno a cui fargliele vedere, le foto.

Sono rimasto solo.

Solo ma su una spiaggia che in pochi nella loro misera vita possono vedere.

Cammino sulla sabbia. Ho visto un piccolo bar, un chiosco dal tetto di paglia e dai muri del colore della bandiera brasiliana.  Una volta arrivato, guardo l’uomo dietro al banco che mi sorride e mi fa cenno di sedere. Mi accomodo su una sedia di plastica e per qualche minuto nessuno mi disturba. Osservo il mare, un gruppo di canoisti che cerca di domare la corrente della baia e dei gabbiani enormi che si fermano sulla battigia.

L’uomo del bar nel frattempo si è seduto al mio fianco.

Ha fatto così piano che non me ne sono accorto – Succede a tutti – attacca lui, con voce profonda.

– Cosa? – rispondo io, guardandolo.

– Si fermano qui, si siedono e per qualche minuto restano immobili. E’ la magia di questo posto, li fa viaggiare con la testa. Così poi, a un certo punto, arrivo io a dare la sveglia e a prendere l’ordinazione.

Lo dice con quel suo portoghese che sembra cantilena. Lo dice ridendo, con un sorriso così bello che è difficile non condividere.

– Avrei fame – rispondo io – Ma non ho molti soldi.

– Ho del pesce fresco. L’ho pescato questa mattina.

– Non posso permettermelo.

– Qui da me tutti possono mangiare.

– Ricambio con un caffè – provo io – L’ho portato da casa.

– Affare fatto – sorride ancora – Io sono Pablo – si presenta.

– Fabio – rispondo, stringendogli la mano.

Il profumo del pesce sulla griglia si disperde ai quattro venti.

Sento la carne morbida sfrigolare, il profumo del grasso e delle erbe aromatiche amplifica la fame e le mie aspettative per la cena. La sera sta calando e su questa spiaggia lo spettacolo è meraviglioso. L’acqua, il mare e la terra si fondono in un unico elemento mentre l’oscurità si avvicina. Gli ultimi raggi rossicci muoiono al largo, nel loro ultimo saluto alla luna che ammicca sopra le nuvole.

Attendo seduto a uno dei tavolini sparsi sulla sabbia. Sorseggio con calma una birra gelata e attendo. Il tempo qui si è fermato.

– Buon appetito! – augura Pablo sedendosi al mio fianco.

Sul vassoio, al centro della tavola, tre pesci mi guardano arrostiti e succulenti.

– Si mangiano con le mani – continua l’uomo – Qui da noi si usa così…

Mi avvento sulla cena che si dimostra meravigliosa. Mangio come non ho mai mangiato in vita mia. Assaporo ogni gusto, cerco ogni sensazione – Buonissimo – riesco a dire farfugliando con la bocca piena –E’ la prima volta che mangio un pesce così buono.

Pablo annuisce.

Sotto la fievole candela che ondeggia al ritmo del vento osservo quell’uomo che mi ospita e mi offre da mangiare. Ha il viso lungo, solcato dalle rughe e dal sale. La pelle è abbronzata, le mani grandi e callose, i capelli neri riccioluti.

– Grazie – dico io – Per…tutto questo…

– Da cosa stai scappando? – mi chiede lui.

Per un attimo resto in silenzio.

Non capisco se i brasiliani siano tutti degli psicologhi oppure se è un mio problema, quello di non saper mascherare le mie emozioni e i miei pensieri.

– Da una vita che non mi apparteneva – rispondo io guardando il mare – Da un amore non corrisposto, da un lavoro che si è tradotto in un fallimento, dalla morte di mio padre…O forse, scappo solo da me stesso.

– Capita a tutti gli uomini prima o poi…

– Davvero?

– Sì.

– E’ successo anche a te?

Pablo si pulisce la bocca con il dorso della mano – Sono di Sao Paolo – inizia dopo un sorso di birra – Nato e cresciuto in una famiglia benestante. Diligente, ho seguito tutto il percorso che fin da piccolo mi avevano imposto: conservatorio, liceo classico, università. Poi il lavoro, in una grande banca americana. Seguivo gli investimenti, uno stipendio a sei cifre, tutti i benefit del caso…Per fortuna che non ho mai dimenticato la mia vera passione: la pesca.

– Perché?

– Perché dalla mattina alla sera mi hanno dato il ben servito. La crisi, il Brasile che non cresce, il taglio dei costi. Le solite cose, il giorno prima ti incensano, quello dopo sei sulla porta. Così ho venduto tutto quello che avevo, mi sono comprato una piccola barca e questo chiosco sulla spiaggia. E sai cosa c’è? Non mi sono mai pentito di questa scelta.

Deve avere una decina d’anni più di me Pablo, intorno ai cinquanta.

Abbiamo finito di mangiare, la pelle e le lische dei pesci ci guardano inermi dal vassoio.

Cafezinho? – domando io.

– All’italiana – risponde lui sempre sorridendo.

– Vieni – gli dico allora – Ti faccio vedere come si fa.

L’interno del chiosco è illuminato da una sola lampadina che penzola al centro del soffitto. Una radio a transistor trasmette tra fischi e interruzioni un canale dell’esercito americano – Almeno non ascolto solo samba – mi dice Pablo mentre si siede a osservarmi.

Lentamente preparo la moka. Ogni mio gesto segue un rito preciso, sembro un chirurgo mentre esegue un’operazione a cuore aperto. Carico l’acqua, riempio il filtro di caffè, avvito la parte superiore su quella inferiore e accendo il fuoco.

Entrambi attendiamo la magia. Il profumo magico che si sprigiona e che riempie l’aria intorno a noi. Dopo poco sento la moka borbottare, Pablo ed io ci guardiamo e un sorriso complice compare sui nostri volti.

– Ci siamo – dico io, versando la bruna bevanda nelle tazzine.

Un cucchiaino di zucchero per Pablo.

Io invece lo prendo amaro, non tollero modifiche.

– Sublime – sussurra lui guardandomi.

– Già – rispondo io, contento di aver contribuito anch’io alla serata – Manca un ultimo passaggio.

E così estraggo dallo zaino la bottiglietta di grappa. Non ne è rimasta molta ma questa cena merita la giusta conclusione – Due dita – dico istruendo il mio nuovo amico – La fai girare nella tazzina calda e poi giù, tutta in un sorso.

I raggi dell’alba mi sfiorano come una carezza.

La luce filtra attraverso le tendine di bambù appese alle finestre. Pablo dorme ancora e allora mi alzo cercando di non far rumore. La camera da letto da direttamente sulla spiaggia già tiepida e baciata dai primi raggi del sole mattutino.

Sono solo.

I gabbiani svolazzano e scendono in picchiata nel mare in cerca del loro cibo prelibato. Cammino sulla battigia e immergo i piedi nell’acqua. Gli unici rumori sono il vento e la risacca.

Rimango così, fermo per non so quanto tempo.

Il maestrale asciuga le mie lacrime.

Dopo tanto, troppo tempo, provo una gioia che non riesco a descrivere.

Preparo il caffè.

Dopo poco Pablo si sveglia, attirato da quel profumo che assomiglia a un canto di sirena. Nonostante la faccia assonnata mi regala un sorriso. E’ un gesto semplice che per molto tempo ho dimenticato e che compare sul viso di quell’uomo con una facilità disarmante.

– Ci ho pensato su stanotte – farfuglia masticando un pezzetto di cocco.

– A cosa? – rispondo.

– Potresti lavorare qui. Mi daresti una mano.

– A far cosa? Non sono molto bravo con le persone.

– A quello ci si abitua. E poi da solo – continua – Devo tenere il chiosco sempre chiuso il mattino perché devo pescare. Se ci sei tu beh…, potresti stare qui e tenere aperto. Possiamo dividerci i guadagni.

– Effettivamente non ho un lavoro – rispondo pensieroso – E questo posto è meraviglioso.

– Affare fatto allora – mi fa Pablo alzandosi – Vado a pescare, ci si vede dopo pranzo.

– Cosa servo alla gente? – urlo mentre Pablo si allontana sulla spiaggia.

– Caffè – risponde lui, girandosi e camminando all’indietro – Quello lo sai davvero fare!

E’ cominciata così una nuova fase della mia vita.

Sono passati giorni, settimane, mesi. Gli avventori del chiosco si alternano, ci sono turisti stranieri ma anche gente del posto che passa i fine settimana su una delle spiagge più belle del mondo. Mi sono specializzato. Non so cucinare il pesce ma sono bravissimo nel servire birra fresca, ananas appena tagliata e cafezinhi.

Mi sento così bene che quel groppo in gola che per anni mi ha accompagnato è sparito completamente.

Mi sento così bene che non trovo posto migliore al mondo dove passare il resto dei miei giorni.

Una mattina di primavera Pablo mi propone un cambio di programma.

– Oggi esci a pescare con me – propone

– Ma il chiosco? – domando io per mascherare il mio problema con il mal di mare.

– Gli affari vanno benissimo – risponde tranquillo.

E così, poco dopo, mi ritrovo in una piccola insenatura nascosta dalla spiaggia principale. La barca di Pablo è bianca con delle strisce perpendicolari azzurre che l’abbracciano dalla prua alla poppa. E’ lunga poco più di cinque metri, c’è una stiva striminzita e il legno del pavimento ha perso la sua brillantezza nell’infausta lotta con gli spruzzi dell’oceano.

Partiamo adagio, il motore gorgheggia nel sottofondo, il mare è una tavola cristallina. Navighiamo per qualche minuto poi, a un centinaio di metri dalla costa, Pablo ferma la barca e butta l’ancora.

– Mettiti tranquillo – mi dice indicandomi una sedia e lanciandomi una bottiglia di birra fresca.

E così rimango ad osservare le tecniche di pesca del mio amico brasiliano, il suo lanciare le reti, tendere le lenze e tirar su il pescato.

Pescato di ogni genere e colore.

– Questo lo portiamo a Paratì – mi dice.

– Non ci sono mai stato – rispondo.

– Per quello sei qui con me. Sentivo che oggi sarebbe stata una buona giornata di pesca.

Paratì una volta era uno dei porti più importanti del Brasile.

Ora il porticciolo ospita perlopiù piccoli natanti; la maggior parte sono di proprietà della ricca borghesia che passa le sue vacanze in questo angolo di mondo.

“Incantevole”, è la prima definizione che mi passa per la mente. Una cittadina dalle strette viuzze lastricate, costellate di negozietti, bar e gelaterie. In fondo al paese, vicino al porto si apre una piazza sulla quale sorge la chiesa coloniale.

– Vieni – mi dice Pablo – Andiamo a bere qualcosa.

Così ci sediamo nel cortile di uno dei locali che si affacciano sulla piazza.

La vedo mentre esce dal locale.

Porta una gonna corta, delle infradito dal tacco appena accennato e un top bianco molto semplice.

Un raggio di sole le illumina il viso e il sorriso.

Rimango senza parole mentre la ragazza abbraccia e bacia Pablo sulle guance.

– Questa è mia sorella Adriana – ci presenta lui.

– Fabio – biascico.

Il mio cuore si è fermato.

L’ho sentito, distintamente.

Per un lungo, lunghissimo attimo ha smesso di battere.

– Cos’è quella faccia da ebete? – schernisce Pablo – Forza! Cosa prendi da bere?

– Un caffè – rispondo io, con un filo di voce.

Resto in silenzio per tutto il viaggio di ritorno.

Nella mia mente c’è spazio solo per Adriana, per il suo sorriso, per i suoi occhi color nocciola, per la sua pelle dai profumi speziati, per i suoi capelli neri come la notte, per il suo seno prosperoso, per le sue gambe affusolate, per la sua voce delicata e sensuale.

– Non l’ho mai vista sorridere in quel modo – ammicca Pablo mentre al timone della sua barca solca il mare come un capitano coraggioso.

– Chi? – fingo.

– Adriana – sorride lui sornione.

– Ah…

Ah? Solo ah? Non sono riuscito a dire nulla di più intelligente di un banalissimo e insensato “Ah”?

– E’ una brava ragazza – continua il mio amico brasiliano.

– Lo sono anch’io – protesto

– Lo so.

Lo sa.

Bene.

Molto bene.

Ci siamo sposati la scorsa primavera.

Con Adriana è stato amore a prima vista. Ho costruito una piccola casa sulla spiaggia di Trindade, a pochi passi dal chiosco. Quanto tempo è passato da quella prima volta? Non ne ho idea, ma non m’importa. Sorrido tutte le volte che dei nuovi arrivati si fermano al chiosco, sorrido perché chiunque arrivi si comporta sempre nello stesso modo.

Si siedono su una sedia.

Guardano il mare.

Restano immobili per qualche minuto fino a quando Pablo non li va a svegliare.

E’ una sorta di rito d’iniziazione.

L’iniziazione alla spiaggia di Trindade.

Ma il dolore fa parte della vita.

Il dolore ritorna, non c’è niente da fare. Il dolore è lancinante, ti prende alla gola, ti paralizza gli arti, ti fa dar di stomaco. Soprattutto quando a essere colpita è una persona a cui vuoi bene.

Una mattina Pablo è uscito a pescare ma da quella pesca non è più tornato.

Da una settimana non ho il coraggio di riaprire il chiosco.

Lui se n’è andato con la sua barca, tra i flutti di un mare trasformatosi improvvisamente in tempesta.

– Devi riaprire – mi sussurra Adriana mentre scruto il mare.

Tentenno perché cerco segni di Pablo, tracce che confermino il suo ritorno.

– Segui la sua volontà – continua – Lui avrebbe voluto così.

Ho riaperto il chiosco e sono passati altri anni.

Guardo Adriana giocare con mia figlia Lisa lungo la battigia inondata dal sole. Le vedo ridere e scherzare, così felici, simili come due gocce d’acqua.

Il ricordo di Pablo è ancora forte.

Ho una sua foto attaccata al bancone del bar e il chiosco, prima senza nome, adesso porta il suo.

Lo vedo arrivare.

E’ un turista di una certa età che cammina lentamente sulla spiaggia di Trindade. Si guarda intorno, ha una macchina fotografica con la quale si ferma quasi ad ogni passo per immortalare i massi grigi e neri, i gabbiani in volo, le favolose conchiglie che riaffiorano dalla risacca. Lentamente si avvicina al chiosco, porta gli occhiali da sole e un cappello calato sulla testa.

Mi nascondo un poco, così l’uomo non mi vede e si siede su una delle sedie sparse sulla sabbia.

In quel momento la magia di Trindade si avvera.

Nuovamente.

Perché l’ospite resta fermo, immobile, con lo sguardo a scrutare il mare e l’orizzonte. Non conta l’età, questa spiaggia fa a tutti lo stesso effetto.

Attendo qualche minuto, poi mi avvicino.

Tocca a me adesso risvegliare gli avventori dai propri sogni.

– Prende qualcosa? – domando.

L’uomo si gira e mi sorride mentre si toglie gli occhiali e il cappello.

– Luiz…? Luiz sei tu! – esclamo.

– Sono io – sorride lui.

Sento le lacrime scendermi lungo il viso.

Non riesco a trattenerle.

Non voglio trattenerle.

Cafezinho? – mi domanda.

Cafezinho! – rispondo io, con il cuore colmo di gioia.

Non servono molte parole.

Io e Luiz lo sappiamo.

– E così ce l’hai fatta – mi dice lui – Sei scappato dalla pioggia…

– Ho seguito il tuo consiglio – rispondo.

Il tramonto dipinge l’orizzonte mentre la risacca del mare accompagna i nostri pensieri.

La felicità è merce rara ma se si vuole non è difficile da trovare.

La felicità, io e Luiz, la celebriamo con una tazzina di caffè…”

Racconto Marco Zanoni

Foto: Istagram @o_resto_do_mundo

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