Cronache di Grappa, Racconti

RACCONTO DI NATALE, EL VENT DE BALI’

Natale quest’anno non ci ha portato la neve, almeno non qui in pianura. Ma come sempre, rigoroso nella sua tradizione, ci propone nella notte della Vigilia pandori, panettoni, grandi abbuffate di auguri e buone intenzioni. Il nostro modo di augurarvi il miglior Natale di sempre è con questo racconto, pubblicato nell’Antologia del Festival Giallo Garda di quest’anno. Narra di una magia in cui anche la grappa fa la sua parte.

EL VENT DE BALI’

Venti metri al secondo.
L’equivalente di settantadue chilometri orari.
Scende da Riva del Garda, in autunno, dopo le prime nevicate.
– El vent dè Balì el dura tre not e tre dì – sussurrò una voce persa nella nebbia.
Il commissario De Palma alzò il bavero del cappotto.
Il vento freddo s’incuneava implacabile increspando le onde del lago.
Fischiava.
Ululava.
Rimbombava di un insieme di note basse, sussultorie.
Il cielo color del piombo, sovrastava il guizzare dei sommozzatori che s’immergevano lottando contro le correnti.
Una boa rossa indicava il luogo del ritrovamento.
La vittima sembrerebbe un uomo, gli comunicarono.
Sembrerebbe.
A quaranta metri di profondità.
In balia degli abitanti dei fondali.
Incatenata al busto del Duce.
Irriconoscibile.
Il sembrerebbe, era d’obbligo.

Sul porticciolo s’accalcavano i paesani.
Figure indistinte, ombre indefinite che riemergevano a tratti dalla foschia.
Vento freddo e nebbia insieme.
Accadeva tre volte ogni cento anni.
– Non portano bene vento e nebbia insieme – mormorò ancora quella voce.
In un paese che in quella stagione, dava riposo ai fantasmi.

Il Vent de Balì nel suo principio investe le montagne a est del lago.
Poi rimbalza soffiando più intensamente sulla costa occidentale.
Infine rinforza al centro del bacino.
I pescatori lo conoscono bene quel vento.
Non si esce a pescare per tre giorni e tre notti.

Il suono ovattato di campane in lontananza.
Lo sciabordio delle acque.
Quella voce.
Rauco sussurro sperduto nel vento.
Di chi era?
L’aveva risentita.
Forse.
Nebbia maledetta.
Vento maledetto.

De Palma gettò a terra la sigaretta ed entrò nell’Osteria.
Nell’aria il profumo di polenta calda e vino rosso.
Si tolse la giacca e si sfregò le mani in cerca di calore.
– Una grappa – ordinò all’oste.
– Morbida o secca?
Non esistono grappe morbide o secche.
Al massimo giovani o invecchiate.
– Secca – rispose, aspettandosi di bere qualsiasi cosa.

Nell’attesa si guardò intorno.
Il locale era vuoto.
Sui tavoli bicchieri di avventori che se n’erano già andati.
O che forse non erano mai esistiti.
Una piccola sala da pranzo sulla sinistra.
Le pareti di un giallo sbiadito addobbate da quadri e mensole alla rinfusa.
De Palma finì la grappa e guardò di sbieco l’oste.
Non aveva mai bevuto una cosa tanto terribile.

Il freddo gli attanagliava ancora le ossa.
I nervi erano tesi per la nuova indagine.
Era sempre così.
La nebbia poi, la odiava.
Ordinò un’altra grappa.
Tanto con la prima il palato se l’era già giocato.
Lo sguardo del commissario si soffermò su un ritaglio di giornale ingiallito dal tempo, custodito in una anonima cornice bordeaux.
Recitava:

“…Un reparto di arditi subacquei della Decima Mas, grazie all’impareggiabile perizia nell’utilizzo di strumenti dell’italico ingegno ha liberato il Duce dalle catene. Seppur ferito al volto da mano vigliacca, una volta liberato dai ferrei vincoli, il Duce ha rifiutato di essere portato in superficie. Egli incurante di futuri pericoli e dei rischi incombenti ha voluto rimanere al proprio posto a testimonianza di quella che è stata e sarà la più audace delle idee…”

De Palma uscì di corsa dall’Osteria, certo della pista da seguire.

Era scesa la notte.
L’oscurità.
Il vento ringhiava.
Sembravano urla di dannati.
Ma dov’era finito?
Stava forse sognando?

S’incamminò sotto la luce fioca dei lampioni.
I rami d’ulivo ondeggiavano in balia di un ritmo segreto.
Risuonavano come scarpe vecchie strascicate sul selciato.
Arrivò al porticciolo.
Un vecchio pescatore se ne stava seduto su una panchina.
Il viso solcato dalle rughe, la schiena ingobbita dagli anni passati a pescare salmerini.
Alzò la mano.
Era un segno d’invito.

De Palma si sedette al suo fianco e attese in silenzio.
– Tre volte ogni cento anni – iniziò il vecchio – Gli elementi si combinano tra loro. Il vento e la nebbia vengono insieme per vendicarsi degli uomini malvagi.
Gli occhi del pescatore.
Biglie nere senza vita.
– E’ la vendetta di Marisa – continuò – Un bissa che gareggiò anni fa ad un tragico Palio. Portò con sé sei vogatori, sei bravi uomini. Li portò giù, sul fondo del lago. I loro corpi non vennero mai ritrovati e le loro anime vagano da allora. Successe laggiù – indicò l’oscurità con la mano tremante – Proprio davanti a noi.

Quel vecchio sapeva.
Conosceva tutta la storia.
– Tre volte ogni cento anni gli elementi rimettono ordine là dove gli uomini non sono riusciti. Quel corpo incatenato – mormorò – Appartiene a una persona malvagia. Sabotò quella barca per vincere e uccise sei uomini.

Il busto del Duce dunque non c’entrava nulla.
De Palma si alzò.
Il vecchio era sparito.
Inghiottito dalla nebbia.
Quell’uomo.
Esisteva davvero?
Il commissario non l’avrebbe mai saputo.

Dal lago salì un intenso profumo d’incenso.
Il vento cambiò suono.
Non più urlo straziante.
Sei uomini.
Sei anime che avevano trovato finalmente la pace.
E la vendetta.
Fredda come il Vent de Balì che ancora, spirava implacabile.

Testo: Marco Zanoni

Foto: Elena Turazzini

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