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Cronache di Grappa

40 GRADI DI GUSTO, Cronache di Grappa, Eventi, Interviste

GIAN NICOLA LIBARDI E LE NOTTI DI…STILLATE

Incontrare Gian Nicola è davvero un grande piacere. L’occasione è unica, Notti Di…stillate è un progetto che a noi di PassioneGrappa è piacuto sin da subito. La seconda edizione è già partita, due tappe che hanno visto il pienone nei locali dove Gian Nicola ha portato la sua esperienza e la sua bravura con shaker e ingredienti di prim’ordine.

E’ la  Passione che lo guida, lo si capisce dalle risposte a questa breve intervista ma sopratutto nei suoi video che testimoniano quanto sia importante e gradito il riscontro di pubblico.

La grappa è al centro delle sue creazioni, una splendida via per promuovere il distillato che tutti noi abbiamo a cuore.

Gian, la tua passione nasce da lontano. Impegno, ricerca e…miscelazione. Ma quanto ti piace il tuo lavoro?! Inanzitutto grazie per questa chiacchierata virtuale con il mondo di PassioneGrappa. La mia esperienza e’ iniziata all’età di sedici anni, lavorando durante le stagioni estive, approfittando della vocazione turistica della mia zona Levico Terme in Trentino. Ho alternato un lungo periodo della mia vita, lavorando l’estate e passando il resto dell’anno all’estero, specialmente in Asia esperienza che mi ha regalato un grosso bagaglio culturale e una visuale lavorativa aperta. Mi sono subito innamorato di questo lavoro così pieno di relazioni e così ricco di cose da imparare ogni giorno.

Da dove nasce l’idea di Notti Di…stillate e quanta soddisfazione ti sta dando questo progetto? Sono un viaggiatore, e avevo un sogno:  “girare l’Italia con uno shaker in mano” , una cosa che mettesse insieme due delle grandi passioni della mia vita e da li le idee hanno preso corpo. “Notti di…stillate” è un format itinerante giunto alla sua seconda edizione, che di locale in locale racconta lungo tutta la penisola l’utilizzo in miscelazione di liquori, e distillati di montagna proposti insieme ai prodotti più’ accattivanti del momento. Il taglio di questa avventura però non voleva essere prettamente professionale, infatti i video che scandiscono le date del tour mostrano anche l’aspetto umano, raccontano i luoghi, le persone, le tradizioni. Sembra che le persone abbiano apprezzato questo approccio e la cosa ci fa molto piacere.

La Grappa è al centro delle tue sperimentazioni. Ti piace valorizzare questo prodotto tipico del tuo territorio? Il tutto è cominciato nei due anni che hanno segnato l’esperienza nel Drink Team di Bargiornale, lo storico mensile italiano dedicato al mondo del bar. Per la preparazione delle ricette ho sempre promosso le eccelleze territoriali della mia regione quindi grappa, i distillati di frutta, vini e spumanti, liquoristica di montagna. Il fatto che ognuno usi i propri prodotti territoriali in un contesto di questo genere aiuta a far conoscere l’immenso tesoro di prodotti che l’Italia può’ vantare, una ricchezza che per certi versi è ancora inesplorata.

Hai trovato pieno supporto da Roner e Marzadro, importanti partner di questo progetto? Roner e Marzadro sono due aziende storiche che offrono dei prodotti di grande qualità e che sono ambasciatrici nel mondo dei prodotti della tradizione dell’arco alpino, hanno appoggiato questo progetto e insieme cerchiamo di fare cultura sull’utilizzo e la conoscenza di questi prodotti anche in miscelazione.

Le prossime tappe del tour? Quest’anno il tour e’ partito dall’Argot di Roma per poi arrivare in gennaio al QuantoBasta di Lecce e in Toscana al Franklin 33. Il 2 febbraio saremo al Rialto di Bologna e molto probabilmente la successiva sarà in Veneto.

Adesso un cocktail con la grappa protagonista per tutti noi appassionati!

Anche più’ di uno!

PEDRO A NEW YORK

3,5 Grappa Giare Amarone Marzadro

1 cl Chartreuse Jaune

1,5 cl Lustau Pedro Ximenez San Emilio

2 dash Scrappy’s Chocolate Bitter

KONKA & KIBUDDHA

3,5 cl Gewurztraminer Roner

3 cl Mulassano vermut extra dry 

1,5 cl sugar salty syrup

1,5 cl lime

crustas di cipolla bruciata

BITTER SWEET SYMPHONY

4,5 cl Ashbach (distillato di vino)

1,5 cl Williams Reserve Roner

1 cl simple Syrup

2 dash Angostura

LUAR

4 cl 18 lune Marzadro

2 cl Carlo Alberto vermut bianco 

1,25 cl sciroppo di sale

3 dash Angostura bitter

Se non l’avevate capito con Gian si fa sul serio! Il consiglio è di andare a conoscerlo di persona nelle sue serate in giro per lo Stivale oppure a Levico, nel suo Tatikakeya Cafè.   Occasioni imperdibili per conoscere e degustare i sapienti cocktail del sake maestro italiano!

Testo: Marco Zanoni

Foto: Gian Nicola Libardi

Cronache di Grappa, Interviste

AMARO TOSOLINI

Riprende il nostro viaggio nel mondo degli spiriti. E’ un ritorno a casa per noi, con Lisa Tosolini scopriamo oggi uno dei prodotti più particolari di questa rinomata distilleria.

Al buon Bepi le idee non mancavano di certo! Ecco allora l’amaro Tosolini, a base di acquavite d’uva. Un “rimedio simpatico” che fonde al suo interno prodotti tipici del vostro territorio. L’amaro Tosolini è un infuso artigianale di oltre 15 erbe Mediterranee preparato secondo l’antica ricetta del fondatore. l’Assenzio Marino, la Salicornia, il Limonio e il Finocchio marino sono solo alcune delle erbe utilizzate che vengono poi infuse in acquavite d’uva e purissima acqua delle Alpi Giulie. Prima di arrivare sulle tavole degli appassionati, l’Amaro Tosolini riposa per oltre 4 mesi nelle sue botti nei casoni delle Venezie, lì l’ambiente salino e la brezza del mare regalano la sua sfumatura unica e inconfondibile.

In che modo lo distillate? Le erbe vengono selezionate e macerate in tini di frassino ed acqua vite d’uva MOST, dopo di che vengono separate e distillate in alambicchi botanici. A rendere unico ed inconfondibile l’Amaro Tosolini è poi lo speciale invecchiamento in carati nelle Lagune delle Venezie.

L’ingrediente fondamentale oltre all’acquvite d’uva ovviamente, è il “santonego”.  Il Santonego o più comunemente chiamato Assenzio Marino, Artemisia, è una particolare pianta che vive ai bordi delle lagune delle Venezie. Se stropicciata emana un profumo aromatico, delicato ed avvolgente. Una volta veniva usata per aromatizzare le tisane per favorire la digestione.

C’è un rito particolare al quale si può abbinare questo prodotto?  Versarlo su due cubetti di ghiaccio in un bicchiere, aggiungere una scorza d’arancia e personalizzarlo con un’erba aromatica a piacere, ad esempio il basilico, per renderlo più fresco, o qualche scorza di zenzero per esaltare il suo lato più accattivante. La proposta di Bepi Tosolini come aperitivo: “Spritz Med” 40 prosecco,20 amaro,40 ginger ale, cubetti di ghiaccio. Provare per credere.

Gli appassionati potranno conoscerlo al prossimo Vinitaly? Ci troverete al Padiglione 6 Stand C5 dove vi accoglieremo con lo “Spritz Med“.

Non ci resta che augurarvi una buona degustazione. Come avrete capito, questo amaro  della Tosolini è davvero qualcosa di unico nel suo genere.

Testo: Marco Zanoni

Foto: Distilleria Bepi Tosolini

 

Cronache di Grappa

MEZENTIES DI CERVETERI

Il nostro viaggio riprende e la via della Grappa ci porta a Cerveteri, ospiti di Stefania e Luca, all’Agriturismo Casale di Gricciano, immerso nell’area della Necropoli della Banditaccia, uno tra i più importanti e suggestivi siti archeologici UNESCO, testimoni della civiltà Etrusca.

Incastonato tra vigneti ed ulivi, in un saliscendi di pendii, al Casale di Gricciano, si produce buona parte delle risorse che vengono trasformate e servite in tavola: olio, vino, marmellate, sott’oli, dolci artigianali, nel rispetto della tradizione e del territorio. In questa oasi di tranquillità, Stefania e Luca, i proprietari, avevano da sempre un sogno nel cassetto ma temevano che nel realizzarlo, potesse perdere la magia della quale era fatto. Fu proprio allora che Luca e Stefania realizzarono che questa loro visione onirica, non doveva assumere una forma materiale ma LIQUIDA.
Da qui l’idea di dare vita alla distilleria per raccontare il territorio, in particolare quello cerite, senza usare le parole ma lasciando libertà d’espressione al prodotto finale.

I distillati Mezenties vengono realizzati con metodo artigianale discontinuo in alambicco di rame, ideato e realizzato dal grande maestro distillatore Capovilla e sia per i distillati di vinacce che per quelli di frutta, il processo di produzione e di invecchiamento, viene svolto con la massima cura ed attenzione. La distillazione nasce da una semplice equazione: più le vinacce e la frutta sono buone, migliore sarà il risultato finale. Come il colore è un elemento fondamentale della pittura e identificativo dell’artista, allo stesso modo, per Luca e Stefania, sono basilari le materie che utilizzano per la distillazione: frutti, a volte anche selvatici, delle loro terre, o in particolari occasioni, di aziende italiane, rigorosamente biologiche con cui collaborano. Punto d’orgoglio della distilleria Mezientes è la grappa ottenuta distillando le vinacce di un vitigno autoctono del territorio, dalle origini ancora oggi incerte e che anticamente cresceva spontaneamente nelle macchie mediterranee: il Giacchè o Ciambrusca (appellativo della vite selvatica dell’Alto Lazio).

Un vitigno dalle caratteristiche uniche e particolari, grappolo piccolo e spargolo, rese molto basse, forte concentrazione di colore, difficile da domare durante la vinificazione, sentori un po’ selvatici che portarono gradualmente i viticoltori della zona ad abbandonarne la coltivazione. Grazie alla determinazione dell’Azienda Vitivinicola Casale Cento Corvi e grazie alla ricerca e selezione massale fatta, la famiglia Collacciani ha pienamente recuperato questo vitigno, rendendolo il prodotto identitario aziendale per eccellenza.

La distilleria attualmente produce cinque distillati due di frutta,uno alle pere ed uno alle mele e tre di vinacce, giacchè, sangiovese e montepulciano.
Come è vero che le materie prime hanno la stessa importanza che il colore ha per la pittura similmente la bottiglia costituirà la cornice che aiuterà lo spettatore a contemplare l’opera per evitare che si perda nello spazio. Per questo Luca e Stefania, hanno scelto l’eleganza e la trasparenza di una bottiglia bianca senza etichetta, per raccontare senza nascondere, per mettere in evidenza l’artigianalità del prodotto, lasciando il resto all’impatto sensoriale.

Perché Mezenties? Semplicemente perché, prima ancora che il loro sogno prendesse forma, erano affascinati dalla storia del Re Etrusco Mezenzio, le cui gesta sono citate da Virgilio nell’Eneide. Proprio grazie al ricordo delle gesta eroiche, ed in previsione delle difficoltà che li aspettavano, hanno chiamato la loro distilleria Mezenties!”
“ E non osa nessuno assalirlo né avvicinarsi, ma sol da lontano, al sicuro, con dardi e con grida lo assediano: così nessuno di quelli che odian Mesenzio meritatamente, ardisce affrontarlo a spada snudata, ma contro gli gettan da lungi l‘armi e le voci; ed egli impavido e lento si gira all’intorno, e i denti digrigna e scuote le frecce dal cuoio dello scudo.” (Virgilio, Eneide, X, 713)

Azienda Agrituristica Casale di Gricciano Distilleria Mezenties
Via di Gricciano, 16 – 00052 Cerveteri (RM) Tel. 06.9941358 – 338.6122538 – 338.6440553
www.casaledigricciano.com – casaledigricciano@casaledigricciano.com
(credits di Catia Minghi)

Cronache di Grappa, Racconti

TRINDADE

E’ tempo di vacanze, di spiaggie, di sole e di mare. E allora ecco un racconto che dedichiamo a tutti voi, parla di un viaggio, in un angolo remoto di paradiso, una spiaggia più precisamente. Il suo nome è Trindade, esiste davvero (perchè ci sono stato…) e il suo ricordo rimarrà per sempre indelebile.

E’ un storia che parla anche di grappa e di quel suo legame profondo con il caffè che qui in Brasile, viene coltivato, prodotto ed esportato in tutto il mondo. Leggetelo con calma, sotto l’ombrellone e magari, perchè no, con un caffè e una grappa a farvi compagnia.

“…Allaccio le cinture mentre l’areo fende le nuvole pronto all’atterraggio. Un vortice di pensieri si accumula nella mia testa, guardo fuori dal finestrino ma è tutto grigio. Vedo solo le gocce di pioggia che velocemente si dissolvono lasciando lunghe strisce sul vetro. Penso a quello che ho lasciato, alla mia fuga dettata dalla disperazione, a quei pochi spiccioli che ho nella tasca della giacca.

L’aereo atterra senza grandi scossoni.

Attendo il mio turno e poi mi alzo, inserendomi tra turisti eccitati e brasiliani che tornano a casa.

E io?

A quale categoria appartengo?

Rio de Janeiro mi accoglie così, con le sue nuvole cariche di pioggia e un’umidità che mi fa subito impazzire. E’ novembre, da dove sono partito la nebbia avvolgeva ogni cosa qui, invece, è l’umidità a dettare legge. Mi tolgo la giacca mentre il piccolo bus ci porta al terminal degli arrivi internazionali. E’ un aeroporto gigantesco, potresti perderti e non venire mai ritrovato; è un pensiero che mi affascina mentre allungo il passaporto al poliziotto che mi scruta svogliato.

Mi fa cenno di passare.

Ora, sono davvero in Brasile.

Varco i cancelli, esco sulla strada dove decine di taxi aspettano di fare affari e la mia mente vacilla. Resto per un attimo senza fiato, inerme, non so cosa diavolo fare. Perché sono fuggito in questo posto, questa è la realtà. Non ho pianificato niente, non ho cercato informazioni, sono partito e basta. Con il volto rigato dalle lacrime. Quelle che sento per un attimo affacciarsi ma che ricaccio indietro con un sospiro.

Prendo il trolley e faccio cenno a un tassista di voler salire sulla sua Fiat.

La pioggia nel frattempo scende fina e implacabile.

– Dove? – domanda lui.

– Copacabana – rispondo io.

Conosco bene il portoghese, lavoravo come traduttore: pile di libri e di racconti, parole che per una felice alchimia riproducevo dall’italiano in quella lingua dalla pronuncia cantilenante.

– Copacabana, dove? – ridomanda lui, scrutandomi dallo specchietto retrovisore.

Credo abbia capito che tipo di disperato sono.

– Dove vuole lei – rispondo in un sussurro.

L’altro borbotta qualcosa ma mette in moto e parte rapido immettendosi in un traffico mostruoso. Quello che vedo mi lascia senza fiato. Decine di strade s’intersecano tra loro seguendo ardite traiettorie. Sui cartelli, ogni tanto, leggo nomi di luoghi che conosco solo grazie alle guide turistiche: Corcovado, Ipanema, Leblon, Estadio Maracanà

E’ un tragitto lungo e tortuoso. Le favelas sono in ogni dove, anche se scruti il cielo. Ne ho sentite di storie sulle favelas. Abbastanza da sapere che lì ci sono fame e miseria, abbastanza da capire che sono zone pericolose, posti in cui è meglio non avventurarsi.

Arriviamo a destinazione. Lo capisco perché alla mia sinistra si estende una spiaggia bianca e lunghissima, lo capisco perché nonostante la pioggia, centinaia di persone camminano o giocano a calcio in riva al mare.

Sorrido.

Per la prima volta, dopo tanto tempo sorrido perché vedere la spensieratezza di quella gente, per un attimo, ha alleviato il dolore che ho in fondo al cuore. Pago il tassista poi entro nel primo hotel che trovo sulla mia sinistra. E’ una via di mezzo tra il moderno e il fatiscente e lo trovo perfetto. Prendo una camera e una volta dentro, mi butto sul letto. Sono quasi le sette della sera ma non ho fame. Sono solo stanco per il lungo viaggio. Nella testa continua il vorticoso gioco dei miei pensieri.

Mi addormento.

In un lungo sonno senza sogni.

Improvvisamente mi sveglio.

Sono in un bagno di sudore. Dalla finestra aperta giungono seppur sommessi i rumori del lungomare. Guardo la sveglia. Segna le quattro e mezzo del mattino, provo a fare due conti per capire quanto ho dormito ma niente, non ci riesco, sono ancora confuso, rintronato.

Mi affaccio alla finestra. La camera che ho preso sta al sesto piano e ho una bellissima vista sulla baia. Sei chilometri di spiaggia, tanto è lunga Copacabana. Il sole sta per sorgere mentre osservo i residui della vita notturna cittadina: ubriachi che mimano passi di samba, turisti che ridono passeggiando, prostitute che cercano l’ultimo affare prima del riposo.

Un puzzle di felicità e disperazione.

Prendo la valigia, la apro e sistemo nell’armadio quei pochi vestiti che ho deciso di portare. Poi, prendo l’unica cosa che per me ha un valore e di cui non potevo fare a meno. E’ una moka, era di mio padre. Si è salvata da fallimenti e pignoramenti; lei ce l’ha fatta, mio padre no.  L’immagine del suo corpo che penzola appeso al soffitto di casa è ancora viva in me.

Troppo viva.

C’è un fornelletto in un angolo della stanza, così dalla valigia tiro fuori anche un pacco di caffè e una bottiglietta di grappa. Il caffè per me è un rito, una delle poche cose a cui tengo. Così carico la moka, la metto sul fornello e attendo. E’ questione di attimi poi quell’inconfondibile profumo si sprigiona in tutta la stanza. E’ questa la magia: l’odore del caffè mentre fuori il sole sorge e illumina la spiaggia di Copacabana.

Sublime alchimia.

Lo verso dentro a un bicchiere e mi affaccio alla finestra. Provate a immaginarlo, lo spettacolo: i raggi del sole che trapassano le nuvole, la calma risacca di un mare cristallino, la spiaggia che si dipinge del color dell’oro.

E poi il caffè.

Sorseggiarlo con calma, il suo aroma, l’Arabica che ti avvolge in un caldo abbraccio. E’ di un tipo particolare, l’ho cercato per anni finché l’ho trovato in una piccola torrefazione vicina a dove abitavo.

E’ così buono che non riesco più a farne a meno.

Rio nel frattempo si sta risvegliando. Lo capisco dal traffico e dall’incessante brusio che ora ha acquistato decibel di forza. Ho il mio rito da concludere, prima di iniziare questa nuova vita. Sì, perché quella vecchia è finita ieri, appena sbarcato in Brasile.

Il bicchiere è ancora caldo, il caffè l’ho finito con un ultimo e lento sorso. E allora verso due dita di grappa, faccio ondeggiare il bicchiere e poi attendo che tutti i profumi, portati verso l’alto dall’alcool, penetrino nel mio cervello. Quando accade, sento le endorfine scatenarsi e un lungo implacabile piacere mi scuote da dentro.

Poi bevo, tutto d’un fiato.

E per la seconda volta, da quando sono arrivato a Rio, sorrido.

Dopo colazione, scendo in strada. Scelgo il lungomare e il suo percorso piastrellato in bianco e nero costellato di baretti, palme e cantieri per i mondiali di calcio. Il rumore: ecco una cosa di Rio che porterò sempre con me. E’ un rimbombo continuo che ti martella i timpani. E’ un bisbiglio feroce di traffico, samba e voci. Nell’umidità si mescolano i profumi di agua de coco, di ananas appena tagliati e di pesce fresco appena pescato.

Scelgo la spiaggia. Mi tolgo le scarpe, la sabbia è fine e tiepida. Cammino, avvicinandomi al mare e a quella moltitudine di esseri umani che già corrono avanti e indietro lungo la battigia. Ne incontro di ogni genere: vecchi e giovani, poveri e benestanti. Ogni diseguaglianza si disintegra su questa spiaggia, di fronte a questo mare. E’ il posto dove tutto si sistema, conta solo camminare, respirare a pieni polmoni, farsi scaldare da un sole generoso.

Via così, per tutti i giorni della loro vita.

Qui, su questa spiaggia, non ho visto nessun volto triste.

Qui, su questa spiaggia, per la terza volta da quando sono arrivato, ho sorriso.

Nei giorni successivi ho visitato tutto quello che potevo. Da finto turista sono andato al Cristo Redentore, al Sambodromo, alla spiaggia di Ipanema. Ho mangiato churrasco fino a star male, ho provato la picanha e la tapioca, ho bevuto un fiume di birra. Alla fine però c’era sempre lui: il caffè. Ho scovato infatti un piccolo negozio. Si trova a qualche centinaia di metri dal mio hotel, in una traversa che porta alla prima favela. Perché Rio è così: si fa bella lunga la costa, con i suoi alberghi che si stagliano contro il cielo e che si affacciano sulla baia ma appena dietro, all’ombra dell’opulenza, si trova la miseria.

Non occorre cercarla perché la trovi subito.

C’è questo negozietto, dicevo. Assomiglia a un alimentari di paese italiano degli anni cinquanta ma è ancor più misero. Il padrone si chiama Luiz, è sui cinquant’anni, la pancia prominente di chi si alimenta a farofa e birra e un sorriso sempre pronto. Le nostre conversazioni vertono solo sul caffè. Siamo due appassionati o forse meglio due infoiati di questa bruna e profumata miscela.

Oggi sono tornato da lui. Ho la mia moka nello zaino e il mio pacco di caffè, diciamo italiano. Non vedo l’ora di farglielo assaggiare e Luiz, quando mi vede, mi accoglie con un sorriso e mi fa segno di seguirlo nel retrobottega. Poi si siede, vuole vedere come un italiano si prepara un caffè. L’era di Internet da lui non è ancora arrivata e io sono l’unica fonte di conoscenza su un argomento che lo appassiona. Mi guarda assorto, non perde di vista ogni mio singolo movimento. Io prendo la moka e comincio a preparare tutto con calma, non voglio fargli perdere nemmeno un passaggio. E lo sento arrivare, da distante ma lo sento arrivare. E’ come un treno che sbuffa avvicinandosi alla stazione. E’ un sorriso che mi scuote da dentro e che per un attimo mi fa vacillare. Di sottecchi guardo Luiz che tutto concentrato sui miei movimenti non ha colto questo mio cambiamento d’umore.

Che per me però, è devastante.

– Quella cos’è? – mi domanda Luiz, indicando la bottiglia di grappa.

– La ciliegina sulla torta – rispondo.

Il caffè è pronto, le tazzine sono appoggiate sul tavolo di formica verde in attesa di accogliere la splendida miscela. Il ventilatore fatica a rendere la temperatura piacevole anche se fuori le nuvole sono tornate a coprire il sole. Nella semi oscurità sorseggiamo entrambi il caffè, in religioso silenzio. Mi aspettavo qualche commento ma Luiz tace per qualche attimo fino a quando mi indica la grappa. Allora gliene verso un dito e faccio altrettanto nella mia tazzina. Ci guardiamo per un attimo negli occhi, io e Luiz. Il suo volto concentrato, gli occhi marrone scuro come la sua pelle e le piccole rughe intorno alle labbra.

Fuori un cane abbaia mentre lievi note di samba vengono trasportate dal vento.

Poi, nello stesso momento e seguendo un tacito accordo, buttiamo giù la grappa in un unico sorso.

E’ un attimo.

Luiz ride.

Rido anch’io.

Non so se lo vedrò ancora.

E’ quello che pensa anche lui visto che mi regala tre pacchi di caffè. Non so quanto gli possono essere costati, provo a dargli del denaro ma lui si rifiuta. Qualcuno diceva che nella povertà si trova la grandezza; Luiz è la persona che incarna questo concetto. Sono tre pacchi di caffè di una piccola torrefazione di Minas Gerais.

Ci salutiamo fuori dal negozio, nel pieno frastuono di Rio de Janeiro.

– E’ stato un vero piacere conoscerti – mi dice attanagliandomi la mano in una stretta vigorosa.

Ho un groppo in gola.

Sento le lacrime riaffacciarsi ma le tengo a bada.

Con fatica, ma le tengo a bada.

– Hai saputo rendermi felice – gli rispondo.

Lui sorride.

Quest’uomo che mi stringe la mano mi conosce più di ogni altra persona che ho incontrato nella mia vita. Sono bastati tre giorni di lunghe discussioni sul caffè.

– Pioverà ancora – mi dice.

– Vero – rispondo monocorde.

– Dove andrai?

– Non lo so.

– Fuggi dalla pioggia – consiglia.

– Perché? – domando.

– Non fa bene alla tua anima.

Così ho noleggiato un’auto e mi sono messo in strada. La direzione è quella della Costa Verde, la direzione è quella che mi ha consigliato Luiz. Ci metto un attimo a capire che per guidare in Brasile si deve stare sempre all’erta. Le macchine, i camion ma anche le biciclette e i motorini te li puoi trovare davanti, a destra, a sinistra, in una samba continua sull’asfalto.

Mi sono rimasti pochi soldi in tasca. Giusto quelli per un pieno di benzina, un pacchetto di sigarette e un paio di giorni di cibo. La pioggia sbatte incessante sul parabrezza, la voce di Tom Jobin alla radio e i miei pensieri vagano alla volta della prima fermata della mia corsa.

Paratì.

Perché Paratì? Perché una volta ho visto un film che parlava di un barbiere. Era ambientato proprio in quel paesino, in quella baia che una volta era uno dei porti più importanti del Brasile; e porto nella mia testa fa rima con caffè.

E poi ho bisogno di un lavoro e se è vicino al mare, tanto meglio.

Non piove più.

Adesso è il sole ad accompagnare il mio viaggio.

Aveva ragione Luiz.

Non avevo dubbi.

Abbasso il finestrino.

Tiro fuori la mano che gioca con i vortici di aria calda che le si creano intorno. Le note brasiliane alla radio si alternano a famosi pezzi rock del passato.

Mi accendo una sigaretta e mi sento libero.

Libero, finalmente.

Dicono che se non hai percorso le BR 101 non hai visto il Brasile.

Chiunque l’abbia detto, aveva ragione. La BR 101 è una strada federale che percorre l’intero Paese da nord verso sud. E’ una strada che procede suadente, seguendo la costa. A tratti si viaggia quasi a picco sul mare.

Solo quando sei in macchina puoi capire la grandezza del Brasile. Le distanze si moltiplicano, una destinazione che sembra vicina in realtà si rivela cento volte più distante. In un posto così potresti perderti, in un posto così potrebbero cercarti per anni, millenni e non trovarti. E’ questo il posto che cercavo, per questo sono venuto.

Il paesaggio, le piantagioni rigogliose, le fazende che si alternano a piccole o grandi città, sono qualcosa che mi fa star bene. Guido tranquillo, entro i limiti di velocità. Non ho nessun piano, nessun programma. Guiderò fino a quando ci sarà benzina nel serbatoio.

Poi, sarà il destino a guidarmi.

Decine di isole si affacciano lungo la costa: Ilha de Itacurucà, Ilha de Jaguanum, e poi la Ilha Grande di fronte alla città di Angra Dos Reis dove mi fermo a mangiare. Non ho molti soldi quindi mi faccio bastare un ananas fresco e un caffè. Me lo servono svogliati ma nonostante questo in quella tazzina ritrovo l’armonia. Perché il profumo e il gusto di quel caffè sono speciali, perché bere un caffè in un colorato e rumoroso porticciolo del Brasile, quando non si hanno programmi, quando hai dimenticato la fretta e lo stress, sono il miglior toccasana che si può consigliare a un uomo che sta lottando contro la propria solitudine.

Ho lasciato la grappa in macchina e allora il caffè chiama la sigaretta.

Un altro rito al quale sono affezionato.

Riparto.

Si è accesa la spia rossa della riserva ma non me ne importa. Sono le tre del pomeriggio e il cielo si sta rabbuiando. Devo ripartire, le nuvole m’inseguono, la pioggia mi vuole fare suo ma io devo scappare. La pioggia mi fa male, aveva ragione Luiz.

Apro lo stradario, a pochi chilometri si trova Paratì, la mia meta. La mia prima destinazione in questo viaggio senza direzione. Non so se riuscirò ad arrivarci.

Ma decido di partire.

Di scappare dalle nuvole.

Viaggio lentamente.

Devo centellinare il gasolio. Sulle salite cerco di non esagerare, nelle discese metto in folle lasciandomi trasportare dalla pendenza. Paratì è troppo distante, non ci arriverò mai. Devo trovare un posto dove passare la notte.

Viaggio ancora qualche chilometro finché lo trovo: è la spiaggia di Trindade. Ci sono posade e piccoli bar lungo la spiaggia bianchissima. Il mare azzurro riflette sulla costa rigogliosa, verde come le propaggini della giungla che si allungano fino al mare.

Parcheggio e mi guardo intorno.

La prima cosa che vedo sono i massi. Enormi. Disposti casualmente trasformano il sentiero che porta alla spiaggia in un intricato labirinto. Ci puoi passare anche sopra, innalzandoti per guardare il mare. Sono neri e grigi, una composizione surreale, una natura morta che sembra un dipinto.

Qualche turista scatta foto con il telefonino.

Io di foto da scattare non ne ho nemmeno una. Anche se avessi il telefonino non lo farei. Non voglio perdere nemmeno un attimo di questo posto, voglio imprimermelo nella memoria. E poi non avrei nessuno a cui fargliele vedere, le foto.

Sono rimasto solo.

Solo ma su una spiaggia che in pochi nella loro misera vita possono vedere.

Cammino sulla sabbia. Ho visto un piccolo bar, un chiosco dal tetto di paglia e dai muri del colore della bandiera brasiliana.  Una volta arrivato, guardo l’uomo dietro al banco che mi sorride e mi fa cenno di sedere. Mi accomodo su una sedia di plastica e per qualche minuto nessuno mi disturba. Osservo il mare, un gruppo di canoisti che cerca di domare la corrente della baia e dei gabbiani enormi che si fermano sulla battigia.

L’uomo del bar nel frattempo si è seduto al mio fianco.

Ha fatto così piano che non me ne sono accorto – Succede a tutti – attacca lui, con voce profonda.

– Cosa? – rispondo io, guardandolo.

– Si fermano qui, si siedono e per qualche minuto restano immobili. E’ la magia di questo posto, li fa viaggiare con la testa. Così poi, a un certo punto, arrivo io a dare la sveglia e a prendere l’ordinazione.

Lo dice con quel suo portoghese che sembra cantilena. Lo dice ridendo, con un sorriso così bello che è difficile non condividere.

– Avrei fame – rispondo io – Ma non ho molti soldi.

– Ho del pesce fresco. L’ho pescato questa mattina.

– Non posso permettermelo.

– Qui da me tutti possono mangiare.

– Ricambio con un caffè – provo io – L’ho portato da casa.

– Affare fatto – sorride ancora – Io sono Pablo – si presenta.

– Fabio – rispondo, stringendogli la mano.

Il profumo del pesce sulla griglia si disperde ai quattro venti.

Sento la carne morbida sfrigolare, il profumo del grasso e delle erbe aromatiche amplifica la fame e le mie aspettative per la cena. La sera sta calando e su questa spiaggia lo spettacolo è meraviglioso. L’acqua, il mare e la terra si fondono in un unico elemento mentre l’oscurità si avvicina. Gli ultimi raggi rossicci muoiono al largo, nel loro ultimo saluto alla luna che ammicca sopra le nuvole.

Attendo seduto a uno dei tavolini sparsi sulla sabbia. Sorseggio con calma una birra gelata e attendo. Il tempo qui si è fermato.

– Buon appetito! – augura Pablo sedendosi al mio fianco.

Sul vassoio, al centro della tavola, tre pesci mi guardano arrostiti e succulenti.

– Si mangiano con le mani – continua l’uomo – Qui da noi si usa così…

Mi avvento sulla cena che si dimostra meravigliosa. Mangio come non ho mai mangiato in vita mia. Assaporo ogni gusto, cerco ogni sensazione – Buonissimo – riesco a dire farfugliando con la bocca piena –E’ la prima volta che mangio un pesce così buono.

Pablo annuisce.

Sotto la fievole candela che ondeggia al ritmo del vento osservo quell’uomo che mi ospita e mi offre da mangiare. Ha il viso lungo, solcato dalle rughe e dal sale. La pelle è abbronzata, le mani grandi e callose, i capelli neri riccioluti.

– Grazie – dico io – Per…tutto questo…

– Da cosa stai scappando? – mi chiede lui.

Per un attimo resto in silenzio.

Non capisco se i brasiliani siano tutti degli psicologhi oppure se è un mio problema, quello di non saper mascherare le mie emozioni e i miei pensieri.

– Da una vita che non mi apparteneva – rispondo io guardando il mare – Da un amore non corrisposto, da un lavoro che si è tradotto in un fallimento, dalla morte di mio padre…O forse, scappo solo da me stesso.

– Capita a tutti gli uomini prima o poi…

– Davvero?

– Sì.

– E’ successo anche a te?

Pablo si pulisce la bocca con il dorso della mano – Sono di Sao Paolo – inizia dopo un sorso di birra – Nato e cresciuto in una famiglia benestante. Diligente, ho seguito tutto il percorso che fin da piccolo mi avevano imposto: conservatorio, liceo classico, università. Poi il lavoro, in una grande banca americana. Seguivo gli investimenti, uno stipendio a sei cifre, tutti i benefit del caso…Per fortuna che non ho mai dimenticato la mia vera passione: la pesca.

– Perché?

– Perché dalla mattina alla sera mi hanno dato il ben servito. La crisi, il Brasile che non cresce, il taglio dei costi. Le solite cose, il giorno prima ti incensano, quello dopo sei sulla porta. Così ho venduto tutto quello che avevo, mi sono comprato una piccola barca e questo chiosco sulla spiaggia. E sai cosa c’è? Non mi sono mai pentito di questa scelta.

Deve avere una decina d’anni più di me Pablo, intorno ai cinquanta.

Abbiamo finito di mangiare, la pelle e le lische dei pesci ci guardano inermi dal vassoio.

Cafezinho? – domando io.

– All’italiana – risponde lui sempre sorridendo.

– Vieni – gli dico allora – Ti faccio vedere come si fa.

L’interno del chiosco è illuminato da una sola lampadina che penzola al centro del soffitto. Una radio a transistor trasmette tra fischi e interruzioni un canale dell’esercito americano – Almeno non ascolto solo samba – mi dice Pablo mentre si siede a osservarmi.

Lentamente preparo la moka. Ogni mio gesto segue un rito preciso, sembro un chirurgo mentre esegue un’operazione a cuore aperto. Carico l’acqua, riempio il filtro di caffè, avvito la parte superiore su quella inferiore e accendo il fuoco.

Entrambi attendiamo la magia. Il profumo magico che si sprigiona e che riempie l’aria intorno a noi. Dopo poco sento la moka borbottare, Pablo ed io ci guardiamo e un sorriso complice compare sui nostri volti.

– Ci siamo – dico io, versando la bruna bevanda nelle tazzine.

Un cucchiaino di zucchero per Pablo.

Io invece lo prendo amaro, non tollero modifiche.

– Sublime – sussurra lui guardandomi.

– Già – rispondo io, contento di aver contribuito anch’io alla serata – Manca un ultimo passaggio.

E così estraggo dallo zaino la bottiglietta di grappa. Non ne è rimasta molta ma questa cena merita la giusta conclusione – Due dita – dico istruendo il mio nuovo amico – La fai girare nella tazzina calda e poi giù, tutta in un sorso.

I raggi dell’alba mi sfiorano come una carezza.

La luce filtra attraverso le tendine di bambù appese alle finestre. Pablo dorme ancora e allora mi alzo cercando di non far rumore. La camera da letto da direttamente sulla spiaggia già tiepida e baciata dai primi raggi del sole mattutino.

Sono solo.

I gabbiani svolazzano e scendono in picchiata nel mare in cerca del loro cibo prelibato. Cammino sulla battigia e immergo i piedi nell’acqua. Gli unici rumori sono il vento e la risacca.

Rimango così, fermo per non so quanto tempo.

Il maestrale asciuga le mie lacrime.

Dopo tanto, troppo tempo, provo una gioia che non riesco a descrivere.

Preparo il caffè.

Dopo poco Pablo si sveglia, attirato da quel profumo che assomiglia a un canto di sirena. Nonostante la faccia assonnata mi regala un sorriso. E’ un gesto semplice che per molto tempo ho dimenticato e che compare sul viso di quell’uomo con una facilità disarmante.

– Ci ho pensato su stanotte – farfuglia masticando un pezzetto di cocco.

– A cosa? – rispondo.

– Potresti lavorare qui. Mi daresti una mano.

– A far cosa? Non sono molto bravo con le persone.

– A quello ci si abitua. E poi da solo – continua – Devo tenere il chiosco sempre chiuso il mattino perché devo pescare. Se ci sei tu beh…, potresti stare qui e tenere aperto. Possiamo dividerci i guadagni.

– Effettivamente non ho un lavoro – rispondo pensieroso – E questo posto è meraviglioso.

– Affare fatto allora – mi fa Pablo alzandosi – Vado a pescare, ci si vede dopo pranzo.

– Cosa servo alla gente? – urlo mentre Pablo si allontana sulla spiaggia.

– Caffè – risponde lui, girandosi e camminando all’indietro – Quello lo sai davvero fare!

E’ cominciata così una nuova fase della mia vita.

Sono passati giorni, settimane, mesi. Gli avventori del chiosco si alternano, ci sono turisti stranieri ma anche gente del posto che passa i fine settimana su una delle spiagge più belle del mondo. Mi sono specializzato. Non so cucinare il pesce ma sono bravissimo nel servire birra fresca, ananas appena tagliata e cafezinhi.

Mi sento così bene che quel groppo in gola che per anni mi ha accompagnato è sparito completamente.

Mi sento così bene che non trovo posto migliore al mondo dove passare il resto dei miei giorni.

Una mattina di primavera Pablo mi propone un cambio di programma.

– Oggi esci a pescare con me – propone

– Ma il chiosco? – domando io per mascherare il mio problema con il mal di mare.

– Gli affari vanno benissimo – risponde tranquillo.

E così, poco dopo, mi ritrovo in una piccola insenatura nascosta dalla spiaggia principale. La barca di Pablo è bianca con delle strisce perpendicolari azzurre che l’abbracciano dalla prua alla poppa. E’ lunga poco più di cinque metri, c’è una stiva striminzita e il legno del pavimento ha perso la sua brillantezza nell’infausta lotta con gli spruzzi dell’oceano.

Partiamo adagio, il motore gorgheggia nel sottofondo, il mare è una tavola cristallina. Navighiamo per qualche minuto poi, a un centinaio di metri dalla costa, Pablo ferma la barca e butta l’ancora.

– Mettiti tranquillo – mi dice indicandomi una sedia e lanciandomi una bottiglia di birra fresca.

E così rimango ad osservare le tecniche di pesca del mio amico brasiliano, il suo lanciare le reti, tendere le lenze e tirar su il pescato.

Pescato di ogni genere e colore.

– Questo lo portiamo a Paratì – mi dice.

– Non ci sono mai stato – rispondo.

– Per quello sei qui con me. Sentivo che oggi sarebbe stata una buona giornata di pesca.

Paratì una volta era uno dei porti più importanti del Brasile.

Ora il porticciolo ospita perlopiù piccoli natanti; la maggior parte sono di proprietà della ricca borghesia che passa le sue vacanze in questo angolo di mondo.

“Incantevole”, è la prima definizione che mi passa per la mente. Una cittadina dalle strette viuzze lastricate, costellate di negozietti, bar e gelaterie. In fondo al paese, vicino al porto si apre una piazza sulla quale sorge la chiesa coloniale.

– Vieni – mi dice Pablo – Andiamo a bere qualcosa.

Così ci sediamo nel cortile di uno dei locali che si affacciano sulla piazza.

La vedo mentre esce dal locale.

Porta una gonna corta, delle infradito dal tacco appena accennato e un top bianco molto semplice.

Un raggio di sole le illumina il viso e il sorriso.

Rimango senza parole mentre la ragazza abbraccia e bacia Pablo sulle guance.

– Questa è mia sorella Adriana – ci presenta lui.

– Fabio – biascico.

Il mio cuore si è fermato.

L’ho sentito, distintamente.

Per un lungo, lunghissimo attimo ha smesso di battere.

– Cos’è quella faccia da ebete? – schernisce Pablo – Forza! Cosa prendi da bere?

– Un caffè – rispondo io, con un filo di voce.

Resto in silenzio per tutto il viaggio di ritorno.

Nella mia mente c’è spazio solo per Adriana, per il suo sorriso, per i suoi occhi color nocciola, per la sua pelle dai profumi speziati, per i suoi capelli neri come la notte, per il suo seno prosperoso, per le sue gambe affusolate, per la sua voce delicata e sensuale.

– Non l’ho mai vista sorridere in quel modo – ammicca Pablo mentre al timone della sua barca solca il mare come un capitano coraggioso.

– Chi? – fingo.

– Adriana – sorride lui sornione.

– Ah…

Ah? Solo ah? Non sono riuscito a dire nulla di più intelligente di un banalissimo e insensato “Ah”?

– E’ una brava ragazza – continua il mio amico brasiliano.

– Lo sono anch’io – protesto

– Lo so.

Lo sa.

Bene.

Molto bene.

Ci siamo sposati la scorsa primavera.

Con Adriana è stato amore a prima vista. Ho costruito una piccola casa sulla spiaggia di Trindade, a pochi passi dal chiosco. Quanto tempo è passato da quella prima volta? Non ne ho idea, ma non m’importa. Sorrido tutte le volte che dei nuovi arrivati si fermano al chiosco, sorrido perché chiunque arrivi si comporta sempre nello stesso modo.

Si siedono su una sedia.

Guardano il mare.

Restano immobili per qualche minuto fino a quando Pablo non li va a svegliare.

E’ una sorta di rito d’iniziazione.

L’iniziazione alla spiaggia di Trindade.

Ma il dolore fa parte della vita.

Il dolore ritorna, non c’è niente da fare. Il dolore è lancinante, ti prende alla gola, ti paralizza gli arti, ti fa dar di stomaco. Soprattutto quando a essere colpita è una persona a cui vuoi bene.

Una mattina Pablo è uscito a pescare ma da quella pesca non è più tornato.

Da una settimana non ho il coraggio di riaprire il chiosco.

Lui se n’è andato con la sua barca, tra i flutti di un mare trasformatosi improvvisamente in tempesta.

– Devi riaprire – mi sussurra Adriana mentre scruto il mare.

Tentenno perché cerco segni di Pablo, tracce che confermino il suo ritorno.

– Segui la sua volontà – continua – Lui avrebbe voluto così.

Ho riaperto il chiosco e sono passati altri anni.

Guardo Adriana giocare con mia figlia Lisa lungo la battigia inondata dal sole. Le vedo ridere e scherzare, così felici, simili come due gocce d’acqua.

Il ricordo di Pablo è ancora forte.

Ho una sua foto attaccata al bancone del bar e il chiosco, prima senza nome, adesso porta il suo.

Lo vedo arrivare.

E’ un turista di una certa età che cammina lentamente sulla spiaggia di Trindade. Si guarda intorno, ha una macchina fotografica con la quale si ferma quasi ad ogni passo per immortalare i massi grigi e neri, i gabbiani in volo, le favolose conchiglie che riaffiorano dalla risacca. Lentamente si avvicina al chiosco, porta gli occhiali da sole e un cappello calato sulla testa.

Mi nascondo un poco, così l’uomo non mi vede e si siede su una delle sedie sparse sulla sabbia.

In quel momento la magia di Trindade si avvera.

Nuovamente.

Perché l’ospite resta fermo, immobile, con lo sguardo a scrutare il mare e l’orizzonte. Non conta l’età, questa spiaggia fa a tutti lo stesso effetto.

Attendo qualche minuto, poi mi avvicino.

Tocca a me adesso risvegliare gli avventori dai propri sogni.

– Prende qualcosa? – domando.

L’uomo si gira e mi sorride mentre si toglie gli occhiali e il cappello.

– Luiz…? Luiz sei tu! – esclamo.

– Sono io – sorride lui.

Sento le lacrime scendermi lungo il viso.

Non riesco a trattenerle.

Non voglio trattenerle.

Cafezinho? – mi domanda.

Cafezinho! – rispondo io, con il cuore colmo di gioia.

Non servono molte parole.

Io e Luiz lo sappiamo.

– E così ce l’hai fatta – mi dice lui – Sei scappato dalla pioggia…

– Ho seguito il tuo consiglio – rispondo.

Il tramonto dipinge l’orizzonte mentre la risacca del mare accompagna i nostri pensieri.

La felicità è merce rara ma se si vuole non è difficile da trovare.

La felicità, io e Luiz, la celebriamo con una tazzina di caffè…”

Racconto Marco Zanoni

Foto: Istagram @o_resto_do_mundo

Cronache di Grappa, Interviste

MAGNOBERTA, LA TRADIZIONE E’ DI CASA

Incontrare Valeria è sempre un piacere, tornare in Piemonte lo è altrettanto. Incontriamo oggi una delle “donne della grappa” più entusiaste nella promozione del nostro amato distillato nazionale.

Presidente dell’Associazione Donne della Grappa ed erede di una delle Distillerie più antiche e apprezzate del panorama italiano, oggi siamo ospiti della sua Magnoberta, in quel di Casale, nello splendido territorio del Monferrato.

Il Monferrato è un luogo fertile di tradizioni legate alla grappa. In pochi chilometri infatti si possono trovare splendidi esempi di arte distillatoria, tra cui ovviamente anche voi di Magnoberta. Per quale motivo e quali sono secondo te le caratteristiche che rendono unico questa porzione di territorio italiano? La Natura è madre di questo territorio ricco di storia. Nelle nostre bellissime colline riconosciute a livello internazionale, gli Infernotti sono patrimoni dell’UNESCO, la cultura della vite affonda le sue radici in tempi lontani. Da un territorio ricco di biodiversità a livello enologico, in cui i migliori vitigni esprimono grandi qualità in vini di alto prestigio, è stata una naturale conseguenza che la nostra azienda mettesse “radici” quasi 100 anni fa; e da vinacce ricche, sane e gustose riusciamo ad estrarre Grappe di pari pregio che raccontano la storia delle nostre terre.

Distilleria Magnoberta e una storia che arriva da lontano. Raccontaci della tua famiglia, delle vostre origini e di come siete arrivati fino ad oggi mantenendo un’identità forte, legata al Monferrato. È il 1918 quando tra i vicoli di Casale Monferrato, capitale del Monferrato e della tradizione vinicola piemontese, nasce la Distilleria Magnoberta. La piccola sede dell’Azienda si distingue per le prime preparazioni di Grappa e Liquori a base di erbe, sapientemente selezionate e messe in infusione secondo antiche ricette segrete e immutate da allora. Nel 1937 la famiglia Luparia con Rinaldo e il padre Giuseppe, entrano in azienda portando il loro importante contributo di viticoltori originari di San Martino di Rosignano. In questi anni difficili, si propongono prodotti naturali a base di erbe qualitativamente sempre migliori. È solo alla fine del conflitto mondiale che l’attività dell’azienda può riprendere con nuovo vigore, ampliando i propri mercati all’estero, in America, Europa e Australia, e trasferendo la sede nel 1949 in un moderno complesso di 16mila mq alle porte di Casale, sull’importante direttrice vitivinicola Casale-Asti. L’antico impianto di distillazione viene ammodernato, pur mantenendo la sua peculiare struttura. Nel 1962 il figlio Alberto sviluppa un personalissimo impianto di distillazione discontinua a vapore diretto a bassa pressione, interamente in rame, con un moderno sistema di smaltimento delle vinacce, che ancora oggi permette all’azienda di recuperare le vinacce esaurite, con massimo beneficio per l’ambiente. Oggi come allora è il Mastro Distillatore il vero artefice del procedimento di estrazione della Grappa: attento alle caratteristiche di ogni partita di vinaccia che arriva in azienda al termine della vendemmia, conoscitore delle migliori sfumature che un vitigno può esprimere, con competenza e attenzione riesce ogni anno a estrarre il meglio, il “cuore”, e ad accantonare ciò che è pesante e amaro. Alla fine di un lungo procedimento, dagli antichi misuratori fiscali ancora oggi attivi si estrae il prezioso liquido cristallino che allieta i palati più fini ed esperti. Precursore di una tendenza che si è molto affermata negli ultimi anni, Alberto amplia la già fornita cantina di invecchiamento di Grappa, e sviluppa le prime Grappe Invecchiate prediligendo le grandi botti di rovere di Slavonia dove il distillato è lasciato riposare almeno 4 anni. È del 1964 la prima Grappa di monovitigno dell’azienda: la vinaccia di Malvasia di Casorzo viene distillata separatamente per arrivare ad un prodotto più aromatico, delicato e morbido. Nel 1980 l’azienda si specializza nella distillazione delle grappe monovitigno tipiche della zona (Grignolino, Malvasia, Barbera, Freisa e Moscato), con l’intento di proporre al consumatore un prodotto più morbido e ricercato. Contemporaneamente si introduce un piccolo impianto di distillazione a bagno maria, sottovuoto a bassa temperatura e a lenta distillazione, per la produzione di Acquavite di Uva dai vitigni aromatici del Piemonte: dal Moscato di Canelli alla Malvasia di Casorzo. Si tratta di un impianto unico e dalla spiccata personalità, disegnato espressamente per le esigenze dell’azienda e quindi esclusivo. La distillazione sottovuoto permette di procedere a temperature più basse, che non stressano le componenti aromatiche dell’uva, e quindi consente di preservare nella distillazione le parti più nobili, fino ad ottenere un prodotto estremamente ricco dei profumi dei vitigni di provenienza. Il forte legame della famiglia Luparia con il territorio e l’arte della distillazione prosegue negli anni 90 con l’arrivo della quarta generazione: Roberta, Andrea e Valeria, figli di Alberto, con passione si dedicano allo sviluppo e alla promozione del prodotto Grappa e alla ricerca di nuovi prodotti. Nel 2000, a coronamento del sogno del bisnonno Giuseppe, nascono le prime “Grappe di Casa Luparia”, selezionati Distillati e Grappe dei migliori vitigni rigorosamente piemontesi, affinati in selezionate barriques. Nel 2004 la cantina di invecchiamento è ampliata con botti di rovere di Slavonia, fino ad arrivare ad una capacità totale di oltre 150 mila litri. Proseguendo la forte tradizione di porre in invecchiamento le migliori partite di ogni annata, da sempre seguita in famiglia, nascono le “Nobili di Casa Luparia”, preziose Grappe conservate fino a 20 anni in botti di legno con sapiente lungimiranza dal nonno Rinaldo: le nuove generazioni hanno saputo continuare e promuovere la filosofia della famiglia che propone prodotti di massima qualità, alla ricerca del perfetto incontro tra i migliori profumi e le più nobili sensazioni che un buon bicchiere di grappa può suscitare nell’animo dell’uomo. In questi ultimi anni grandi soddisfazioni per i riconoscimenti ricevuti: innanzitutto il prestigioso Premio di eccellenza “Alambicco d’Oro” ricevuto da PURA Grappa di Moscato MAGNOBERTA nel 2009 e da Grappa Morbida MAGNOBERTA nel 2010. Oltre a ciò i riconoscimenti “5 Grappoli” edizione 2015 e 2016 della rivista Bibenda con la Grappa Morbida MAGNOBERTA e la prestigiosa Grappa Patrimonio MAGNOBERTA. Inoltre continua la collezione Magnoberta HISTORIA con le edizioni 2009 – 2010 – 2011 – 2012 – 2013 – 2014 – 2015 e 2016 impreziosite da quadri d’autore di artisti locali.

Quale metodo di distillazione utilizzate e quanto è importante l’utilizzo di una vinaccia fresca? Il nostro impianto artigianale si avvale del più classico metodo Piemontese: si tratta di un sistema discontinuo con caldaiette in rame a vapore diretto a bassissima pressione, seguito da una colonna interamente in rame alta 11 metri con 33 piatti di concentrazione, in cui ogni minima sfumatura organolettica viene esaltata e concentrata per ottenere un prodotto di altissima qualità. La nostra Grappa racchiude profumi molto intensi e il sistema con il quale produciamo il nostro distillato è fortemente caratterizzante. Ovviamente tanta cura richiede una materia prima di ottima qualità: la vinaccia che arriva in azienda nei primi giorni di settembre viene attentamente controllata e le partite difettose non sono nemmeno accettate. In questo però ormai anche i vignaioli ci aiutano costantemente, conferendo solo vinacce di prima qualità, umide e profumate, appena svinate, cariche di profumi intensi tipici della nostra terra.

I vostri prodotti sono espressione del Monferrato. Patrimonio ed Historia ne sono un esempio. Raccontaci di queste grappe che tra le altre cose, sono legate a un anniversario importante per la vostra distilleria. Historia è un progetto di continuità che nasce 10 anni fa: per il 90° anniversario abbiamo voluto realizzare un’etichetta d’autore che raccontasse un’esperienza emozionale alla quale partecipano tutti i sensi. Era importante imprimere sulla nostra bottiglia il momento della giornata in cui, terminato il duro lavoro, si ha tempo per dedicare qualche minuto a se stessi, riflettere con calma e concedersi un momento di meditazione con una Grappa di alta qualità. Da qui nasce il tema “Tramonto sulle Colline” che è stato proposto nel corso degli anni a diversi artisti che hanno voluto raccontare ed interpretare questa sfida secondo il proprio stile. Il progetto è stato un successo e ha visto l’avvicendarsi di molti personaggi del Monferrato e non solo, che hanno colto nel segno raccontando la pace e l’armonia che infonde un buon bicchiere di grappa degustato in buona compagnia. “Patrimonio” Grappa 20 anni nasce per festeggiare il nostro territorio scelto come 50° sito italiano Patrimonio dell’Unesco. Il fulcro sono gli Infernotti, luoghi scavati con grande fatica nel tufo dove si lasciava il vino a riposare e ci si rifugiava per momenti di meditazione o di convivialità. Ci è sembrato opportuno e naturale pensare ad una Grappa che, riposando per 20 anni in botti di rovere nella nostra cantina di invecchiamento, permettesse ai nostri appassionati un’occasione di meditazione sia in una degustazione solitaria sia nella condivisione dell’esperienza dell’assaggio conviviale.

L’invecchiamento. Un tema importante e sempre più al centro dei gusti dei nuovi e vecchi consumatori. Cosa ne pensi di questo procedimento e come Magnoberta si è organizzata in tal senso? L’invecchiamento è sempre stato per noi un tema sensibile e importantissimo. Siamo stati gli unici a certificare l’effettivo invecchiamento delle nostre Grappe invecchiate, come la pregiatissima Grappa Stravecchia 4 anni, riportando in etichetta il certificato di analisi rilasciato dell’Agenzia delle Dogane di Alessandria. È infatti proprio l’Agenzia delle Dogane che controlla e custodisce i magazzini di invecchiamento siti presso la nostra azienda e grazie alla loro stretta collaborazione possiamo controllare annualmente l’andamento delle partite in invecchiamento. La struttura delle nostre cantine, disposte ad un piano inferiore rispetto alla distilleria, garantisce un livello di umidità e temperatura costante che ci permette di condurre invecchiamenti lunghi e lenti che concedono alle nostre riserve note vanigliate non troppo insistenti, ma estremamente stabili nel tempo. Siamo più propensi ad un lento e costante arrotondamento del gusto ottenuto con invecchiamenti in tini di medie dimensioni da 1000 fino a 5000 litri, piuttosto che ad un veloce e intenso affinamento ottenuto in piccole barrique e ciò ha portato a Riserve di grande pregio che vanno da un minimo di due anni fino a 20 anni. Attualmente proprio la partita più vecchia che abbiamo ancora sigillata è del 1997.

Avete un rapporto molto stretto con il mondo della pasticceria. Una scelta importante che parla di Grappa anche come importante ingrediente. Da sempre su queste pagine sosteniamo la versatilità in cucina del nostro distillato. A quanto pare, siamo sulla stessa lunghezza d’onda…. La Grappa sta riscuotendo un enorme successo in cucina e nel bere miscelato. Abbiamo tenuto, nel corso della primavera, una seria di incontri presso numerosi ristoratori proponendo delle interessanti Cene con degustazione in cui non solo la Grappa è stata il principale ingrediente degli ottimi patti proposti, ma ha monopolizzato l’intera serata con degustazioni guidate e confronti che hanno catturato l’attenzione del pubblico. I commensali, inizialmente scettici e spaventati dall’alta gradazione, sono rimasti sorpresi dal delicato abbinamento che ha conquistato anche i palati più fini. Nel corso di diverse manifestazioni è stato anche possibile testare la Grappa in cocktail e aperitivi a tema. Mi pace ricordare il nostro cocktail “Rosa del Monferrato” a base di Grappa di Grignolino ed estratti  di rosa che con il suo gusto e profumo bilanciati è stato accolto con grande entusiasmo.

Dove sta andando il mercato della grappa?Anche se ci sono deboli segnali di miglioramento nel consumo fuori casa, è sicuramente il consumo casalingo che sta crescendo: non tanto in quantità, ma piuttosto in qualità. Tutti noi distillatori stiamo cercando di far uscire la Grappa dal mero consumo come dopo pasto e quindi si sono moltiplicate le ricette di nuovi cocktails molto delicati ed equilibrati, che purtroppo faticano ancora a scalzare dal consumatore i mostri sacri del bere miscelato quali gin, vodka e rhum. L’estero rimane un mercato molto interessante e sempre più attento alla qualità che continua a dare molte soddisfazioni.

Cosa ne pensi di Passione Grappa e del Concorso Letterario “Distillati di Parole”? Siamo rimasti molto colpiti dalla passione e dall’entusiasmo che Passione Grappa dedica al tema. La nostra amata Grappa si merita finalmente l’interessamento dei media e dei giornalisti per assurgere all’olimpo dei distillati e occupare il posto che merita nella schiera dei distillati di prestigio. L’intensità aromatica e la variabilità di vitigni autoctoni che caratterizzano le nostre Grappe a livello nazionale ne fanno un distillato di grande qualità che può esprimere l’identità di un territorio e di una nazione con grande autorevolezza. Non possiamo che essere felici!!! Troviamo poi che l’idea di trasmettere tanta passione anche attraverso la scrittura sia di grande interessa sociale e culturale per cui non possiamo fare altro che appoggiarla completamente! Anzi abbiamo anche consigliato ad alcuni amici appassionati di scrittura di parteciparvi!

Non ci resta che brindare a questo nuovo incontro. Un brindisi per una Distilleria che da decenni produce e promuove prodotti unici del suo genere. Brindiamo a Valeria e a tutte le “donne della grappa” con la promessa, di ospitarle prossimamente sulle nostre pagine di PassioneGrappa.

Testo: Marco Zanoni

Foto: Magnoberta Distilleria

Cronache di Grappa, Testimonianze

ARTISTI PER PASSIONE: LA FOTOMECCANICA

In questo lungo viaggio, che da anni vede PassioneGrappa impegnata nella promozione del nostro amato distillato, avevamo bisogno di un sostegno.

Di una presenza forte e di qualità che potesse essere appetibile e riconoscibile per una parte importante del nostro pubblico: le distillerie.

Per questo La Fotomeccanica si merita questo spazio. Per questo La Fotomeccanica è diventata nostra compagna di viaggio.

Tutte le informazioni le trovate al seguente link: www.etichetteinmetallo.it

Cronache di Grappa, Interviste

MAZZETTI D’ALTAVILLA, MONFERRATO 7.0

Il Piemonte è una terra che amiamo. Per questo tornare, rappresenta un piacere. Un piacere che è ancora più grande quando veniamo accolti dal sorriso e dalla cordialità di Silvia Mazzetti. Ebbene sì, dopo un lungo viaggio, siamo giunti a una pagina importantissima del nostro diario sulla Grappa.

Siamo nel Monferrato, un luogo ricco di storia e di tradizione, un luogo dove la Grappa è un segno distintivo molto forte di questa terra. Mazzetti d’Altavilla distillla da sette generazioni, incessantemente, facendo della qualità e dell’ospitalità il suo biglietto da visita.

La distilleria Mazzetti d’Altavilla vanta una lunga tradizione. Raccontaci la vostra storia, del fondatore Filippo e dei passaggi generazionali avvenuti negli anni. Dobbiamo risalire all’anno 1846 quando la Famiglia Mazzetti fondò nel cuore delle colline piemontesi del Monferrato la prima Distilleria dell’allora Regno Sabaudo. Filippo Mazzetti (1816-55) fu il primo di una lunga e mai interrotta dinastia di grappaioli a esprimere le potenzialità delle più nobili e profumate vinacce locali in un Distillato unico. In quei tempi le vinacce, dalle quali da sempre la grappa nasce per distillazione, erano principalmente considerate un materiale di disavanzo del processo di produzione del vino: per incuria ed impreparazione di molti vinificatori, spesso esse non erano conservate e selezionate al meglio, come oggi avviene per poter essere distillate ad arte. Dicono che Filippo, e dopo di lui il figlio Luigi (1842-1911), solevano spesso rammaricarsi dello spreco che si faceva di questa nobile materia prima (da buon piemontese!) che invece poteva essere nobilitata, trasformandola in un pregiato e inimitabile distillato: la Grappa. La produzione di Grappa derivante dai soli vitigni delle dolci colline piemontesi si affinò nella seconda metà dell’Ottocento attraverso l’opera di Filippo Mazzetti (1868-1943, nipote del capostipite). Nel Novecento i Distillati di Casa Mazzetti conquistarono l’Italia intera per poi superare i confini nazionali grazie all’impegno di Felice Mazzetti (1901-1981) e di Franco Mazzetti (1931-2015) che hanno davvero traghettato l’arte della Distillazione fino ai giorni nostri coniugando sapientemente tradizione e innovazione. Oggi sono la sesta generazione (Cesare, Nicoletta e Giorgio) e la settima (Chiara, Silvia ed Elisa) a tramandare e proiettare nel futuro un ineguagliabile patrimonio di dedizione e saperi che dura da 170 anni….e che è proiettato nel futuro con nuove idee di avvicinamento del pubblico più giovane al nostro prodotto italiano… anzi piemontese!

Il Monferrato è un luogo ricco di storia e di tradizioni. Come interagiscono queste con l’attività della vostra distilleria e quanto la grappa è un elemento di riconoscimento e di legame con il vostro territorio? Sin dalla sua fondazione la nostra Grapperia è fortemente legata al territorio in cui è nata (i piemontesi sono assai radicati!). Testimonianze evidenti del forte legame sono la scelta, rimasta ferma nel tempo, di distillare esclusivamente vinacce provenienti dalle aree monferrine e immediatamente circostanti e gli investimenti effettuati nel tempo presso la nostra sede. Il connubio fra i nostri prodotti e il territorio si celebra anche attraverso il restauro di un bene architettonico di elevato pregio come la Cappella Votiva “La Rotonda”, situata all’interno del complesso Mazzetti d’Altavilla, che è stata recentemente ristrutturata e resa fruibile ai visitatori. Inoltre la nostra sede da tempo propone eventi e iniziative che potenziano il turismo nel territorio monferrino, fra i quali visite guidate, degustazioni senza dimenticare mostre d’arte, presentazioni librarie e la lunga serie di pièce teatrali che hanno debuttato in occasione della rassegna “Teatro In Distilleria”. Partecipiamo alle grandi manifestazioni del territorio come “Riso & Rose in Monferrato”, “Grapperie Aperte” ed altro ancora. Inoltre Mazzetti d’Altavilla è attiva sul fronte “sociale” vantando la partecipazione attiva a iniziative benefiche fra le quali la parata di Telethon  o il “Progetto Sarah” per l’aiuto alle comunità del Madagascar. Non dimentichiamoci che viviamo in un territorio “patrimonio Unesco” che può dare un valore aggiunto alla nostra realtà e noi cerchiamo di promuoverlo al meglio anche nella nostra comunicazione diretta tramite i social e gli eventi in sede!

Quanto è importante la conservazione della vinaccia e quali metodi utilizzate per preservarla prima della distillazione? C’è una maggiore attenzione oggi, da parte dei viticoltori, nel consegnarvi vinacce sane e ben conservate? L’attenzione alla materia prima è divenuta via via sempre più di primaria importanza. Per questa ragione la nostra azienda testa da tempo le vinacce che ci vengono conferite dai nostri fornitori all’arrivo in Distilleria. Se le partite di vinacce non corrispondono ai requisiti di freschezza che richiediamo per avere il massimo della qualità, tali partite vengono respinte. Questo rigore, unitamente alla crescente sensibilità delle aziende vitivinicole fa sì che nel tempo la qualità della materia prima abbia raggiunto livelli davvero elevati. D’altronde come si può pensare di arrivare ad un prodotto finale d’eccellenza senza partire da una materia prima al top delle potenzialità? Questo è anche un dettaglio non irrilevante da comunicare a tutte le nuove generazioni, come la nostra, per farli diventare consumatori consapevoli!

Quale metodo di distillazione utilizzate? Innanzitutto è fondamentale per l’ottima riuscita del prodotto la meticolosa selezione della materia prima (vinaccia fresca e umida) e la distillazione in tempi brevi, per conservare tutta la fragranza ed il bouquet originario del rispettivo tipo di uva. Il metodo tradizionale di distillazione è quello detto discontinuo. Nel nostro specifico caso impieghiamo un impianto in sotto vuoto in cui si toglie l’aria dal sistema per abbassare la temperatura di distillazione in modo da ottenere grappe di grande finezza. Tramite la coclea di carico e i nastri trasportatori, la vinaccia si convoglia negli alambicchi su appositi cestelli che vengono sovrapposti, si chiude il coperchio, si scalda lentamente inviando vapore affinché la parte alcolica sia convogliata nella colonna distillatrice. Diciamo che, nella produzione l’impronta familiare e artigianale è rimasta ed anzi è stata sempre più valorizzata!

Grappe di monovitigno, tutte rigorosamente piemontesi. Perché questa scelta e qual è la risposta dei vostri clienti? Da sempre la nostra azienda punta ad essere espressione del territorio nel quale è nata e punta anche ad ottimizzare la qualità delle sue produzioni. Le vinacce locali, oltre a non creare costi ambientali legati a lunghi trasferimenti, hanno il vantaggio di raggiungere la sede in breve tempo e quindi di poter essere insilate negli appositi contenitori protettivi in tempo utile per mantenere il top delle potenzialità. Nel tempo abbiamo incrementato gli sforzi anche nella comunicazione della cultura della Grappa e sia la clientela, sia i consumatori finali che vengono a conoscenza dei nostri standard di produzione mostrano una accresciuta fiducia ed affezione, certi della qualità del prodotto che trattano o degustano. Certamente la spinta deve partire da chi conosce il territorio… anche per valorizzarlo sempre più!

Dove sta andando il mercato della grappa? C’è una tendenza dei consumatori a preferire i prodotti invecchiati? Le Grappe esercitano un richiamo crescente su un pubblico che poco per volta diventa più ampio: si è cominciato prima con l’avvicinamento delle donne (la nostra azienda vede peraltro figure femminili alla guida già da molto tempo) e oggi con un discreto interesse da parte di fasce di pubblico più giovani. All’estero l’immagine del prodotto è in crescita anche se permangono difficoltà burocratiche e, in alcuni paesi, differenze culturali ancora da superare. Le invecchiate mostrano il maggior appeal e conquistano fette di pubblico più ampie, grazie alla loro maggior amabilità e anche per via della maggior e primordiale notorietà internazionale di distillati stranieri lungamente invecchiati. Auspichiamo però anche un ritorno alla Grappa giovane che rappresenta l’origine del nostro distillato di bandiera e, per compiere questo processo, diciamo che può essere utile avvicinare i nuovi consumatori con distillati invecchiati, prodotti che favoriscono una prima conoscenza del prodotto e che poi possono stimolare un successivo approfondimento anche verso i distillati “giovani”.

La grappa che meglio rappresenta la storia e la filosofia Mazzetti d’Altavilla? Ci siamo posti la domanda in occasione della pianificazione della nuova Collezione 2016, che cade nel 170° anniversario dell’azienda e la risposta è stata duplice. In primo luogo la Grappa di Ruchè Invecchiata 100% Cru, un Distillato in cui l’azienda ha fortemente creduto per la particolarità e “monferrinità” che esso esprime e per gli importanti significati che sono impregnati nel nome stesso. La nuova nata porta il nome di “7.0”, un numero carico di significati: “7” come le generazioni raggiunte dai “Distillatori dal 1846” ma anche come il numero dei comuni che compongono l’area di produzione del vitigno Ruchè di Castagnole Monferrato. Un vitigno autoctono e ricercato la cui Grappa, invecchiata in botti di essenze pregiate, sarà contenuta nella “7.0”, bottiglia dal packaging ed etichetta “strabilianti”. “0” come i chilometri che separano le vinacce di Ruchè, tipicamente monferrine (vediamo le vigne dalla nostra sede!), “0” come l’impatto ambientale di Casa Mazzetti, grazie anche alla riduzione dei costi (anche ambientali e di trasporto), dall’assenza di intermediazioni e di costo di imballaggio e conservazione. Importantissimo, per noi, l’obiettivo che ci poniamo con questa grappa: quello di avvicinare le nuove generazioni di consumatori al Distillato Italiano di Bandiera: per tale ragione è stata scelta una grappa Invecchiata di Ruchè ovvero per attirare l’attenzione di un pubblico magari ancora lontano dalla Grappa che si trova subito a conoscere un vitigno del tutto particolare. Con questo puntiamo a infondere la volontà e curiosità di continuare il viaggio di conoscenza nella Grappa, arrivando anche alla Grappa giovane! In secondo luogo, fortemente rappresentativa del panorama delle Grappe piemontesi è anche la Grappa di Barolo Invecchiata: non a caso la bottiglia celebrativa dei 170 anni di Mazzetti d’Altavilla contiene una pregiata Riserva di Grappa di Barolo lungamente Invecchiata (oltre cinque anni!) all’interno della Barricaia in cima alla collina di Altavilla Monferrato.

Quanto è importante la comunicazione al giorno d’oggi? Meglio le fiere di settore (come Vinitaly) o la comunicazione online? La comunicazione è cambiata molto negli ultimi anni per via della nascita di nuovi canali che al momento si sono affiancati ma non del tutto sostituiti a quelli tradizionali. Crediamo dunque nel giusto connubio fra eventi di incontro diretto (come le fiere e le degustazioni, oltre alla massima disponibilità nell’accoglienza in sede e presso il nostro Show Room di Marcallo, alle porte di Milano) e i mezzi più moderni come il web nelle sue varie sfaccettature, dal sito, ai social network senza dimenticare i video. Pur essendo molto “social” (siamo presenti sui principali network dove cerchiamo di alimentare il dibattito e usare un linguaggio giovane per comunicare la nostra passione) ci teniamo però al contatto umano: per questa ragione tutte le occasioni di incontro, siano esse fiere o eventi, sono assai gradite. Il metterci la faccia fa la differenza!

Cosa ne pensi di Passione Grappa e del Concorso Letterario Nazionale “Distillati di Parole”? Grande idea! Tutto ciò che stimola dibattito e condivisione, coinvolgendo un pubblico ampio è certamente utile a diffondere la cultura del distillato italiano d’eccellenza. Auguriamo al Concorso un buon successo e una buona continuazione nel tempo affinché possa diventare un punto di riferimento per chi vuole esprimere le emozioni della Grappa. Passeremo parola con piacere attraverso i nostri social di quest’iniziativa per far ampliare alla Grappa la sua “giungla di contatti”!

Solleviamo allora i bicchieri per un brindisi finale. Un’altra donna ha incrociato i nostri passi, ancora una volta siamo stati accolti e coccolati.

Una Grappa di Ruchè barricata allora!  A Silvia, a tutte le donne della Grappa e alla Distilleria Mazzetti d’Altavilla!

Testo: Marco Zanoni

Foto: Mazzetti d’Altavilla

 

 

 

Cronache di Grappa, Interviste

SARPA ORO, VENTICINQUE ANNI DI BARRIQUE

Si festeggia un compleanno importante alle Distillerie Poli di Schiavon. In questa storica distilleria vicino a Bassano del Grappa (con un proprio museo dedicato al nostro amato distillato, tutto da scoprire) fondata nel 1898, è arrivato il momento per la Sarpa Barrique di spegnere venticinque candeline.

Era il 1991 quando Jacopo Poli decise di creare una Grappa vigorosa ed elegante, dal carattere fiero, come un cavallo bianco da battaglia. Doveva essere una Grappa capace di esprimere i profumi floreali e fruttati dell’uva, una Grappa in cui racchiudere in perfetta sintesi gli aromi piacevoli della tradizione ma che non avesse tuttavia i difetti tipici delle Grappe di una volta che spesso erano pungenti e aggressivi.

Da queste premesse nacque SARPA, una Grappa autentica, vigorosa e sincera, un ponte tra la Grappa del passato e quella del futuro. E per celebrare l’evento, la Poli Distillerie ha realizzato una edizione speciale “25° anniversario”. La versione maturata in legno verrà rinominata “Sarpa ORO”, per dare maggior valore alla preziosità di questo nobile distillato.

Da quattro generazioni la Distilleria Poli opera con un antico alambicco completamente di rame, fra i pochissimi ancora esistenti, che permette di produrre Grappe e Distillati caratterizzati da un ricercato equilibrio di carattere ed eleganza.

Quattro generazioni di eleganza e passione.

Testo: Marco Zanoni

Foto: Distilleria Poli

Cronache di Grappa, Interviste

SAECOLUM TERTIUM, ANTICA DISTILLERIA DI ALTAVILLA

Continua la nostra esplorazione nel magico mondo delle distillerie italiane. Oggi torniamo nel nostro amato Piemonte per un nuovo e piacevole incontro con Fabrizio Mazzetti.

Piemontese doc, persona appassionata (oltre che di grappa anche per la sua Casale del basket) e mastro distillatore sopraffino ci presenta oggi uno dei fiori all’occhiello della sua storica e antichissima distilleria.

– Da dove nasce l’idea della Saecolum Tertium e cosa rappresenta per voi questo prodotto dal forte legame con il vostro territorio? Questa grappa nasce con l’intento di rappresentare il punto di arrivo di un’attivita’  che si dipana lungo il corso di tre secoli: l’attività distillatoria della famiglia Mazzetti,titolare dell’Antica Distilleria di Altavilla e della Distillerie Filippo Mazzetti di Altavilla Monferrato. Un’attività così strettamente legata al proprio territorio da esercitarsi da ormai 170 anni e sempre e soltanto con vinacce locali, prodotte nella Regione Piemonte. Nel caso specifico, per la Saecolum Tertium vengono utilizzate le vinacce di Barbera, il vitigno più tipico e quantitativamente rappresentativo del Piemonte e le vinacce di Ruchè, piccola chicca locale.

-Quale metodo avete utilizzato per la distillazione e per l’invecchiamento? Per la distillazione è quello tipico piemontese di alambicchi a vapore, che opera tassativamente entro l’anno di conferimento delle vinacce in distilleria; vinacce che devono essere freschissime all’arrivo e perfettamente conservate al momento della distillazione (che avviene nel periodo ottobre-dicembre). Tutta la grappa da noi prodotta attraverso le Distillerie Filippo Mazzetti, viene poi messa all’invecchiamento e imbottigliata con il marchio Antica Distilleria di Altavilla. La scelta di proporre  solo grappe invecchiate nasce negli anni settanta, in concomitanza con la separazione da altri rami della famiglia, per una maggior connotazione sul mercato della nostra produzione. Forse siamo l’unica distilleria in Italia ad avere come bottiglie di grappa fresca solo i campioni prelevateci a fine campagna distillatoria dai funzionari dell’Agenzia delle Dogane per le analisi del relativo laboratorio chimico. Possiamo pertanto affermare che nel campo dell’invecchiamento grappa abbiamo maturato una lunga esperienza che ci consente al giorno d’oggi di produrre la Saeculum Tertium che si avvale di ben quindici anni di invecchiamento in dieci tipi di legno diversi. Il tema dell’invecchiamento è molto interessante soprattutto se viene rapportato al tipo di grappa monovitigno prodotta. Per fare un esempio la grappa di Malvasia che noi distilliamo (Malvasia di Casorzo) viene messa all’invecchiamento in botticelle o barrique di ciliegio, perchè nell’uva Malvasia è contenuto il geraniolo, tipico elemento proprio del ciliegio. Con questo tendiamo a valorizzare i profumi e i sapori fruttati della grappa.

-E’ una grappa pensata per qualche evento particolare? Sì, la grappa Saeculum Tertium nasce nel 2011 durante la celebrazione del 150°anniversario dell’Unità d’Italia. In quell’occasione Unioncamere ed altre istituzioni nazionali hanno istituito il registro delle imprese storiche d’Italia, in base ad accurata e certificata documentazione storica. Dal novero delle imprese certificate ne son state selezionate e premiate centocinquanta a rappresentare tutto lo stivale d’Italia. Noi siamo stati scelti per la provincia di Alessandria e l’8 giugno 2011 a Palazzo Colonna a Roma abbiamo ricevuto il relativo premio con targa d’argento e medaglia appositamente coniata per aver costituito”Le radici del futuro” in quanto imprese che han fatto la storia d’Italia. Quel momento di indubbia soddisfazione morale l’abbiamo celebrato anche per futura memoria con la grappa che custodivamo da tempo per un’occasione speciale, la Saeculum Tertium appunto.

– A quale rito associereste la degustazione di questa grappa? Al rito conviviale delle ricorrenze importanti, quando è bello trovarsi riuniti a festeggiare con chi ci vuole bene, dopo un pranzo un pò speciale brindando con una grappa che chiuda in bellezza regalando nuove e piacevoli emozioni; magari accompagnata da cioccolato fondente, torrone o piccola pasticceria

– Vi troveremo al prossimo Vinitaly? Certamente sì, saremo presenti come al solito al padiglione 10 del Piemonte, allo stand E2. Per gli appassionati presenteremo la Grappa 4 Lustri distillata nel 1996 in occasione del 150° anniversario e da allora custodita nei magazzini d’invecchiamento (sotto stretta sorveglianza dell’Agenzia delle Dogane) e imbottigliata quest’anno per celebrare i 170 anni di attività, dal 1846 al 2016. PROSIT!

Non vi resta che andarlo a trovare al Vinitaly o meglio ancora in distilleria dove potrete anche visitare lo storico e magnifico museo della grappa. Per il resto, dopo un goccio di Saecolum Tertium, scoprirete una grappa che è un’opera d’arte.

Testo: Marco Zanoni

Foto: Distilleria Mazzetti

Cronache di Grappa, Interviste

L’ORO DI TERMENO: CALDIFF DI RONER

Quello che ci piace del mondo della distillazione è che i protagonisti non sono sempre gli stessi. E’ un mondo in continua evoluzione ma che mantiene forti i suoi legami alle tradizioni dei territori che le esprimono. Per questo le vinacce molte volte lasciano alla frutta il ruolo di attore centrale di una storia da raccontare.

E’ questo il caso delle mele Gravensteiner e del distillato delle quali si rendono protagoniste: il Caldiff di Roner. Ospitiamo oggi nella nostra vetrina, il mastro distillatore che si occupa di questo delizioso prodotto. Una breve intervista, un racconto che parla di un’acquavite di frutta molto originale.

– Un distillato di mele Gravensteiner. Mele autoctone, con produzioni limitate ma di alta qualità. Ancora una volta Roner si dimostra attenta alla biodiversità del suo territorio e alla salvaguardia delle sue tradizioni. Qual è l’idea che sta alla base di questo prodotto e quali riscontri avete avuto da parte del pubblico? La scelta delle mele Gravensteiner è stata dettata da due ragioni fondamentali. Da un lato queste mele hanno una gamma olfattiva e gustativa particolarmente ricca ed ampia; in particolare sono caratterizzate da una freschezza eccezionale e queste sono caratteristiche importanti nelle frutta in distillazione. Piaceva in particolare l’idea di armonizzare la freschezza e l’acidità di questa mela con la ricchezza dei legni derivanti dall’invecchiamento solera. Dall’altro le Gravensteiner sono, anzi erano, la mela tipica della zona. Si voleva per questo conservare e tramandare un gusto che rischiava di sparire ( anche se ci occupiamo direttamente della loro coltivazione) e fare un prodotto che avesse qualcosa di fortemente tipico, tradizionale ma al contempo fosse innovativo e internazionale. E poi Caldiff prende il nome dal castello di Egna!

– Quale processo di distillazione viene seguito? Doppia a bagnomaria di vapore

– Quale rituale si può collegare alla degustazione di un Caldiff? E’ un distillato che possiamo considerare “da meditazione”. Pensando a Caldiff abbiamo creato i nostri baloon da degustazione con il vassoio in legno! L’abbinamento che ci piace molto è con fettine di mela disidratate ricoperte di cioccolato fondente! Ma Caldiff è ottimo anche in miscelazione: i mixologist non resistono alla gamma ampia di questo distillato! Ne escono meraviglie come il cocktail Caldiff Gimlet o Roner Coffee.

Testo: Marco Zanoni
Foto: Distilleria Roner